
Riporto il link del mio articolo che gentilmente Giorgio Morale ha pubblicato in La Poesia e Lo Spirito, nella rubrica Vivalascuola.
La questione è ancora assai aperta.
Per leggere l’articolo cliccare qui.

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Se ad un tratto apparisse una porta
e per quella porta s’entrasse
in una stanza vuota, vedresti lo sgomento
d’una sedia al centro, sola.
Con tale geometria, per come
mi scopri dal bancone di un bar di seconda,
o da un vassoio di cannoli con la crema,
mi convinci che è troppo amaro, troppo
normale; morire per quella sedia, avere
la colpa, e non la tregua, come ostaggio.
Non è vita artificiale, non c’è nulla
da fotografare, nessuna prova
da esibire come gioia
collettiva, assoluta, senza pudore.
Tra qualche anno, mi dirai,
sarà finita, avremo tutto come i nostri
genitori, la stessa tiepida agonia
per il genere umano dei morti di fame.
Perchè dunque anticipare l’ironia
delle stagioni? Perchè lasciare
che una sedia sia l’immagine che fuori
già si vede, e non dovrebbe, a quanto pare?
Così, quando arriverai di sera,
appendi un lume a quella porta:
muta ne uscirà la morte,
torneranno invece le calde alte ore.
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Dunque hai bisogno di chiedermi
se questa vita sia reale,
se il muro accanto al rosmarino,
le sterpi nude nelle siepi dell’alloro,
siano pitture da fondale.
Ti tradisce le parlata
biascicata, la puerile antipatia
per le folle, per le tanto amate
sigarette. Non diciamo fesserie,
la terra è piatta, e pure fredda,
come il mare di novembre,
come il marmo scorticato
di ogni nostro davanzale.
Ti siedi allora – dici -
aspetti il pranzo della festa partigiana,
togli l’audio al televisore,
preferisci il vuoto della casa vuota,
il vociare nella tromba delle scale.
Ed è una liberazione
saperti ancora intatto,
tradito solo dalla vista del cortile,
capace di resistere alla noia
del medesimo finale.
25 aprile 2009
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