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I poeti son liberi servi di re e cardinali
che van ripetendo noi siam tutti uguali;
e si tingono di rosso vivo
ciascuno pensando “Il giorno del nobel
farò l’antidivo”.

R.Vecchioni - I poeti (Ipertensione, 1975)

***

I poeti son poeti perché scrivono poesie
fanno a gara nei concorsi dove vincono bugie
quei concorsi col salame, con la medaglietta d’oro
hanno il vizio di spiegarti che i poeti sono loro.

P. Bertoli - I Poeti (Certi Momenti, 1981)

***

Vanno a due a due i poeti verso chissà che luna
amano molte cose, forse nessuna.
Alcuni sono ipocriti e gelosi come gatti,
scrivono versi apocrifi, faticosi e sciatti.
Sognano di vittorie e premi letterari
pugnalano alle spalle gli amici più cari.
Quando ne vedono uno ubriaco in un fosso,
per salvargli la vita, gli tirano addosso.
Però quando si impegnano lo fanno veramente,
convinti come sono di servire alla gente.
E firmano grandi appelli per la guerra e la fame,
vecchi mosconi ipocriti, vecchie puttane.
Vanno a due a due i poeti e poi ritornano quasi sempre,
come gli alberi di Natale quando arriva dicembre.
Si specchiano nelle vetrine dentro ai loro successi,
poveri poeti soliti, quasi sempre gli stessi.
Però l’avvenimento, il più sensazionale
e quando in televisione te li vedi arrivare,
profetici e poetici, sportivi ed eleganti
pubblicare loro stessi come fanno i cantanti.
Vanno a due a due i poeti, traversano le nostre stagioni
e passano poeti brutti e poeti buoni.
Ma quando fra tanti poeti ne trovi uno vero,
è come partire lontano, come viaggiare davvero.

F. De Gregori - Poeti per l’estate (Scacchi e tarocchi, 1985)

Mi sento come un ospite in questa terra, i miei amici li ho sparsi per il mondo, a parte qualche rara eccezione. Non c’è soluzione di continuità nel rapporto esterno. Per quanto riguarda la poesia, poi, continuo a leggere programmi di reading e festival e incontri di poesia, e rivedo gli stessi nomi. Un po’ quell’atmosfera da “il pallone è mio e ci gioco io”.

Così alla fine, dopo l’ennesima esclusione, l’ennesimo attestato di disistima, o meglio ancora, di invisibilità, devo per forza chiudere il discorso con un attualissimo “me ne frego”.

Nel 2002 usciva “Come acqua che riposa…”: ero a Marina di Minturno a ritirare il mio primo premio nazionale e a cena sedevo accanto a due mostri sacri della poesia, Mario Luzi e Vito Riviello. Con Vito abbiamo chiacchierato pasteggiando amabilmente, senza genuflessioni di nessun tipo. A fine serata il grandissimo Luzi s’avvicina e mi stringe la mano e mi fa i complimenti e mi dice di continuare così’. Sono cose che restano. Pochi mesi dopo ero al Premio Sandro Penna, avevo ottenuto la segnalazione della giuria per l’edito. Anche lì ho ricevuto grandi attestati di stima da intellettuali come Elio Pecora, Enrico Cerquiglini e Walter Pedullà. Eppure i miei conterranei sembravano non curarsene. Alla fine del 2005 Alessandro Seri m’invitò ad una serata organizzata da Licenzepoetiche, accanto a me sedeva Franca Mancinelli. Ancora conservo il manifestino di quella serata, con l’autografo (io le lasciai il mio) della poetessa fanese. Di lì a pochi mesi volai a Barcellona. Nella città catalana ho ritrovato la mia vena poetica ed ho scritto poesie migliori a mio avviso delle precedenti già pubblicate. Prima di partire definitivamente da Barcellona, ricordo che presi un caffè con Paula Massot, moglie del grandissimo Enrique Vila-Matas ed intellettuale riconosciuta in tutta Spagna. Paula aveva letto le mie ultime poesie, mi disse di continuare, di trovare assolutamente un editore perchè le riteneva di grande spessore. Così sono rientrato in Italia e come aveva predetto Paula Massot le mie poesie trovarono subito un loro riconoscimento: nel giro di pochi giorni avevo vinto il secondo premio a “Poesia di Strada” ed ero stato inserito nell’antologia di Fara, il tutto senza sborsare una lira.

Poi però di nuovo l’oblio. Nessuno dei poeti soliti marchigiani che m’abbia voluto leggere, nessun invito, nessun segnale. Per fare da tutor a “Poesia di classe” mi sono dovuto autoinvitare nel gruppo selezionato da Niewiem: l’organizzatore m’aveva escluso ritenendo che non scrivessi più, che avessi smesso, come se un anno di stop, tra l’altro per causa di lavoro, bastasse a far perdere le proprie tracce, come se un libro di poesie si scrivesse in un mese, ogni mese. Ma non mi sono fermato: ho perseverato nella promozione delle mie ultime poesie, che, come per incanto, appena spedite, sono apparse in La Poesia e Lo Spirito e Nazione Indiana. Vorrà pur dire qualcosa, no? Eppure ancora nulla, ancora un ostracismo che non comprendo, ed a questo punto non so neanche come abbia fatto a finire nel libro sui poeti marchigiani di ieri e di oggi curato da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggeri. Credo pura casualità. Ho tentato di mantenere i contatti, ma non si può sempre forzare le scelte altrui. Ho incontrato snobbismi, maleducazioni, mail che non hanno trovato risposte, divismi e un senso di scocciatura: se questa è la civilità cui le lettere ambiscono allora meglio Maria De Filippi. Ho trovato conforto solo nel buon Luigi Socci, e per questo lo ringrazio di tutto cuore, per le sue critiche sempre costruttive e per quella porta che non si è chiusa mai.

C’è una linea marchigiana?

Non lo so. A me comunque hanno fatto capire di non farne parte, mi hanno reso mio malgrado un romagnolo, un veneto, un ligure, un toscano, m’hanno fatto apolide, senza terra, senza volto geografico. Pago forse la mia onestà e la mia mancanza di servilismo: il punto è che da uomo di sinistra non contemplo affatto la genuflessione, tantomeno verso coloro che ugualmente si professano di sinistra.

Al tempo m’era toccato di fare persino una sezione aggiuntiva e spocchiosa in questo blog, per riassumere un poco il mio curriculum, il “promemoria essenziale”, così, tanto per ricordare che non scarto cioccolatini per sbirciare la poesia che sta dentro e ricopiarla. Eppure non ha servito a molto, visti anche i curricula degli ospiti invitati nelle varie zone delle belle Marche.

Pazienza. E allora, invece di incurvarmi e guastarmi l’appetito, farò diventare questo blog uno spazio ancora più personale, il mio volto geografico, metterò qui le mie poesie, quelle inedite e chi vorrà, chi capiterà qui le potrà leggere e potrà parlarne con me. Scriverò alle riviste, uscirò dalla regione, m’affiderò a quanti, in questi anni, hanno raccolto la mia voglia di comunicazione. Non sono un critico, non mi improvviserò tale se non per autori che amo profondamente. Non passerò per la via secondaria per entrare nel circoletto. Scrivo poesie da quando avevo sedici anni, è un vizio che non riesco proprio ad abbandonare.

Mi vorranno scusare quanti si sentiranno offesi da queste parole, ma come per le storie d’amore, tocca sempre ad uno degli amanti dire basta. Altrimenti si vivrebbe di rancore e di negatività.

Le gocce caduche
del mistero
svaniscono nel vapore.

Un giorno tornerai,
aprirai le finestre
e il vapore se ne andrà.

Ed io con lui.

Da Come acqua che riposa… (Stamperia dell’Arancio, 2002)