Il sottile nodo della linea marchigiana (e della poesia in genere)
Dicembre 29, 2007 di Francesco Accattoli
Riporto con grande ammirazione ed affetto le parole di Alessio Alessandrini, poeta ascolano dalle brillanti idee e dal talento cristallino, il quale ha avuto la voglia e il coraggio di scrivermi ritornando sulla questione della cosiddetta “linea marchigiana” sollevata da Alessandro Seri e alla quale il sottoscritto aveva mosso alcune critiche. In veritá, giá dal principio, s’era inserito nel dibattito anche Alessio, ma il suo post, lasciato nel blog di Alessandro Seri, ha trovato meno fortuna (in termini di critiche e commenti più o meno sereni) del mio (sigh!).
Ringrazio Alessio per la sua luciditá d’analisi e la sua grande onestá intellettuale.
“Hai ragione tu, pienamente ragione, quando affermi che il valore di una poesia non sta nei galloni conquistati, non si fanno classifiche in poesia, come si potrebbero fare se gli stili e le ricerche sono diversissime, né si può ragionare per scuderie, non si può semplicemente dire che chi rientra in “Nodo Sottile”, ad esempio, è un Poeta e gli altri sono minori. La visibilità potrebbe essere un discrimine ma non è certo l’unico. Io conosco davvero poco la poesia dei nuovissimi marchigiani ma sicuramente ho l’impressione che i giovani o si legano a scuole di pensiero o sono fuori… e questo è un grosso limite, non solo della poesia marchigiana ma della poesia in generale. Non c’è più spazio per il confronto intellettuale, chiunque ha come mira quella della pubblicazione, e chi si atteggia a maestro di fronte al colloquio sparisce. Ho la vaga impressione che il limite più grande sta nel fatto che la poesia “circoli per circoli” (scusa il gioco di parole) e davvero pochi sono quelli cha hanno la mente aperta al confronto e che vogliono davvero divulgare i valori che la poesia apporta. Io credo che nelle Marche manchi una scuola poetica perché molti poeti marchigiani hanno assunto una posa, spesso e inconsciamente leopardiana. In ogni caso questo è male comune. A me piacerebbe che si creassero momenti di condivisione, dove si confrontassero idee, dove si cercasse di definire un punto di arrivo comune senza però intervenire sulle singole e specifiche poetiche. In poesia non ha senso dire: meglio la sperimentazione, meglio la vocazione comunicativa, meglio la poesia che predilige l’oralità… non c’è un meglio, si tratta di tre strade nobilissime e diversissime tra loro e tutte e tre praticabili, quello che ci si deve chiedere è: “a che pro?”.
Nelle Marche tutto questo è portato all’eccesso perché vuoi o non vuoi il poeta marchigiano sente il bisogno di sprovincilizzarsi e il colloquio con chi è della tua stessa terra appare come meschino. Si ha bisogno di altre platee, di altri interlocutori. Diciamoci la verità, la classe intellettuale ed editoriale di un tempo aveva una conoscenza e una capacità di confronto invidiabile, ora abbiamo un manipolo di saccenti, autoreferenziati che si atteggiano a maestri. Come poter mettere a confronto un Giulio Mozzi o un Alessandro Baricco con un Cesare Pavese o un Italo Calvino? Ora quel che conta è svettare nelle classifiche e ci riesce solo un Moccia, farcito di banalità e luoghi comuni, la poesia invece è sacralità e impegno, ascolto e ascesi, la poesia fa sanguinare e questo non piace più. Mettiamoci una pietra sopra, caro Francesco, chi come noi, perché se non sbaglio credo di poterti annoverare tra quelli, è ancora convinto nella libertà della poesia (lo diceva anche Biagi: “libertà e poesia sono le uniche parole che non hanno bisogno di attributi”), non può far altro che coltivare il proprio orticello magari scambiandosi i frutti del proprio raccolto, come un dono, il più bel dono. Penso a uno come Socci, non lo conosco ma ho letto alcune sue cose, il fatto che non abbia mai pubblicato ma faccia continuamente dono della sua esperienza agli altri è la dimostrazione che c’è ancora qualcuno che non dimentica che la cultura quella vera è politica e non popolare… (o ancora meglio: popolare e non popolana!).”
Caro Francesco, cari frequentatori di questo blog,
chi vi scrive è un lettore che ha già da tempo rinunciato alla bagarre poetica della rete per molti motivi, alcuni dei quali saranno palesi alla fine del commento, ma che interviene a causa di ragioni affettive riguardanti alcuni concetti di critica culturale dentro la quale (e per la quale) bisognerebbe fare un po’ di chiarezza. In primo luogo bisognerebbe richiamare la questione etica della scrittura, nel vostro caso poetica, alla quale vi riferite in continuazione e secondo me in maniera veramente confusa. Mi sembra che parliate della poesia come di un prodotto, un testo finito, una pagina piena di parole, in molti casi ordinata e coesa. 1) Premettendo ciò che diceva una mia amica, secondo la quale la scrittura è una tecnologia bene o male conosciuta da tutti ergo tutti si autodefiniscono scrittori (bene o male), dovremmo mettere in conto che la Poesia non è altro che ciò che precede quel prodotto; cioè un continuo dialogo con se stessi e con gli altri, un confronto con la tradizione e, se possibile un suo o nostro ridimensionamento, un quotidiano processo di umiltà e di riferimento a parole e parabole che sono già state dette e significate prima, molto prima, di noi. Troppo facile dire che si non si conoscono alcuni scrittori ma ci sembra che siano massoni, troppo facile procrearci una nostra libertà responsabile e poi incensare chi ci sembra bravo senza seguire le coordinate che abbiamo scelto per criticare. Scusate la durezza, ma come si può scrivere e poi far leggere “non conosco quegli scrittori ma non mi sembrano bravi”, “Tizio è bravo perché non pubblica mai ma mette a disposizione..” quando quel tizio (ma è opinione personale) è bravissimo perché scrive stupendamente e, scusate se vado contro corrente, pubblica? Come si può responsabilmente scrivere che alcuni autori che hanno vinto questo o quel premio fanno élite quando invece con premi letterari, riviste e iniziative cercano continuamente il confronto? Primo problema dei blog e dei post è che chiunque scrive quel che vuole, anche demenze, senza assumersene nessuna responsabilità. Consiglierei di andare a rileggere la lettera sull’Illuminismo di Kant. E poi fare i maggiorenni. E poi capire che anche il post è una pubblicazione, grazie al quale si entra nella pubblicità heiddegeriana, cioè nel chiacchiericcio, to chat 2) Poesia minore. Insomma, qui non si tratta di definire (o definirci) poeti minori o maggiori. Il problema principale qui è se continuare nella follia di definirvi poeti. Caproni, fino a poco fa e qualcuno lo pensa ancora, era un poeta minore. E per fortuna. Spiegatemi quali sono i vostri criteri. E’ maggiore chi vice il nobel e minore uno che non lo vince? Oppure è maggiore chi vince il Nodo sottile e minore uno che non pubblica? E’ maggiore chi pubblica con Einaudi e minore uno che chatta? Mah, io penso che solo il tempo, e come quel tempo è stato usato, potrà dire se uno è stato poeta (altra cosa è l’accademismo scemo ed ignorante del maggiore o minore). Un Pagliarani a caso: “L’arte anche a me pare di poco conto/ ma è il nostro affare/ e il nostro daffare al momento/ è saltare è saltare è saltare/ se no sulla coda ci mettono il sale/ Non dire anche tu che l’arte non c’entra col tempo/ quando è uno dei modi del tempo/ di essere, quando sono di più/ i modi di non essere del tempo…” Certe volte, per autodefinirsi ed autosugellarsi, ci si mette il sale sulla coda e ci si illude di fare arte quando invece se ne parla male. Ezra Pound diceva più o meno che il peccato è nel non aver fatto, nell’indifferenza che ci fece esitare. Proporrei di fare, invece che parlare, se non altro ci si avvicinerebbe all’etimologia di poiesis. 3) Linea marchigiana. Ho detto tanto due anni fa ed ora ne sono stanco. Le ultime parole per precisare ancora che se si dice “linea” e i malpensanti capiscono “massoneria”, ebbene quello è un problema di coscienza personale dell’interpretante. 4) Finisco con uno dei pensieri leopardiani (anche se ancora non capisco che male vi ha fatto Leopardi, pare che sia diventato un problema per i sedicentipoetivirtualmenteleggentisi.) che ho riletto l’altro ieri a Recanati e che mi sembra modernissimo. Secondo Giacomo bisognerebbe far pagare gli ascoltatori di poesia e se la poesia è brutta, rimborsare; poi far come Marziale che, rispondendo a chi lo rimproverava di non leggere mai in pubblico i suoi versi, diceva: “ Non ti leggo le mie poesie perchè non voglio sentire le tue”. Caro Francesco, non è vero che tutti i poeti sono poeti, e che tutte le poesie sono poesia. Forse hai ragione tu ed hanno ragione i tuoi interlocutori. Ma, proprio per essere etici fino in fondo, non dovremmo dire altrettanto di noi stessi? Cari saluti
Giampaolo Vincenzi
Caro Giamapaolo, a questo punto, grazie per averci dato ragione. Magra consolazione, perchè da noi esiste il detto che la ragione la si dà a chi sragiona.
Vedo che hai ben compreso il nostro intento, cioè quello di togliere il fastidioso, e davvero di poco gusto, gioco alla classificazione del prodotto che determina l’essere bravo o no di un poeta. Mi piacciono le famiglie, i gruppi aperti, quel senso di stima reciproca ed estroversa, le chiacchierate attorno ad un camino acceso. Mi piacerebbe che noi giovani insolenti marchigiani potessimo collaborare senza il peso del giudizio.
Hai pienamente ragione quando affermi che un poeta non è maggiore se vince il Nodo Sottile (per il Nobel invece non c’è dubbio!). Sul “Tizio”, dai, facciamolo pure questo nome, Luigi Socci, ho soltanto detto, e Alessio ha concordato, che non ha mai detto “io sono più figo di voi”, non credo che lo abbia mai neanche pensato se un poco lo conosco, nonostante sia una figura stimata concretamente in tutta Italia; e nonostante questo, non si nasconde dietro i kilogrammi di carta delle sue pubblicazioni.
Concordo per il fatto che la Poesia è ciò che precede la scrittura, che non si debba vedere solo il prodotto perchè, nella societá del marketing, la poesia rischia di essere catalogata e trattata come un manufatto da imporre o meno sul mercato. Concordo quando chiami “follia” l’autodefinirsi poeti, concetto estendibile a tutti, ma proprio tutti (perchè sennò noi saremmo gli spostati e gli altri sarebbero i poeti, e questo sarebbe un paradosso).
Ci dici che parliamo di poesia come di un prodotto finito e poi proponi di fare, invece che di parlare, così da avvicinarci all’etimologia di poiesis: sinceramente non comprendo.
Sulla linea marchigiana, il tuo pensiero è chiaro. Mi dispiace solo che voi maceratesi ve la siate presa così tanto per le mie parole. Non voglio parlare di coda di paglia, perchè allora sì che in questo caso “farei” il minorenne. Però, parlando della cosa con gli anconetani e gli ascolani, sempre per restare nella divisione geografica, la cosa non è apparsa molto chiara neanche a loro. La parola “massoneria” l’hai usata tu, questo resti ben chiaro. Io ho avuto soltanto la voglia di allargare di più il confronto, non sulle riviste o attraverso i premi, ma a voce, proponendo anche una serie di incontri panmarchigiani.
Ora me ne ritorno maggiorenne per un po’.
Cari saluti anche a te.
Carissimi, visto che le mie parole hanno creato un certo malcontento intervengo per qualche brevissima puntualizzazione. Metto subito in chiaro una cosa, io mi assumo la responsabilità del mio pensiero e come tale sono d’accordo con chi sopra dice che anche per scrivere un post c’è bisogno di onestà intellettuale. La mia non era un’invettiva e di certo non parlavo di massoni, non credo esista una loggia massonica ma la mia esperienza e la mia conoscenza del mondo poetico, forse più da spettatore che da attore, mi fa percepire quanto ho detto e non mi vergogno di ripetere: la poesia oggi “Circola per circoli”. è giusto che sia così, probabilmente si, ma ho anche notato, e qui subentra la mia personalissima vicenda poetica e professionale, che spesso è difficile creare relazioni, per una pseudo presunzione, per un eccesso di snobbismo, non lo so e non ho la presunzione, quella proprio no, di giudicare. Non so se esiste un gruppo ascolano, né uno maceratese o anconetano, io di certo non vi faccio parte, io amo la poesia, ne leggo a quantità industriale. Dei nuovissimi marchigiani ho voluto precisare che non so moltissimo perchè moltissimo non è stato pubblicato… ho letto su internet, qualcosa ho scaricato, ma non mi permetto di fare una disquisizione ampia e a largo respiro. quanto ho dichiarato l’ho dichiarato per miei vecchi studi (andate a vedere quanto ho scritto in merito sul blog di Alessandro Seri) e sull’esigenza di sprovincializzarsi credo che nessuno possa negare che questo, naturalmente, avvenga.
Voglio concludere che mi piace questo confronto a toni accesi ma rispettoso dell’altrui idea, ha ragione Giampaolo quando dice che anche chi scrive si deve porre il problema di domandarsi se onestamente è o non è poeta. Io non posso di certo nominarmi da solo. Ne desidero essere nominato tale perché ho all’attivo qualche partecipazione a concorsi e qualche premio vinto. Io mi reputo e di questo vado fiero, una persona innamorata di poesia, di buona poesia, e sono pienamente d’accordo quando si dice che solo il tempo può dare le risposte. In conclusione credo che alla fine in tre abbiamo un punto in comune, non crediamo che si possa parlare di poesia come si parla di pallone. grazie per lo spazio concesso e anche per le parole di Giampaolo (di cui, peraltro, ho potuto ascoltare e apprezzare qualche testo a Rampe per alianti) che non ha avuto peli sulla lingua esplicando con onestà intelletuale il suo pensiero (e non uso un tono ironico, il limite degli interventi telematici forse è proprio il fatto che chi legge si immagina un tono che può essere più o meno rispondente). Alessio