
Alla luce che va, piano piano
sgomitando con la pioggia, prendo
un poco di memoria - infame diacronia -
per farne un luogo di passione.
Già sono due le spose andate all’altare
di qua dalla storia mia, e vorrei che avesse
torto quel crudele proverbio popolare,
che ti condanna al mio ultimo errore.
Sputo a terra come gesto ancestrale,
scaccio il malocchio, la superstizione,
la nudità dell’essere che muore di ora
in ora, quando i muscoli e le ragioni
fanno poca differenza. Eppure
alla distanza ancora credo, come oppio
che seduce, come mantice che sbuffa
un tango di laguna. Non c’è amore, ti dico,
a portata di balcone o nella botteguccia
dove si fa il pane. Così mi sei migliore
se ti penso con altre parole, se ti chiamo
dal confine. I miei ossequi, signor doganiere.
18 luglio 2008