
Mi tengo le mani legate – per il momento – onde evitare discorsi su macroargomenti; mi dedicherò piuttosto ad una delle tante incongruenze che nascono nella scuola quando si seguono motivazioni dettate dalla cronaca.
Quest’anno mi trovo ad insegnare in un liceo scientifico di provincia, una città di circa trenta mila abitanti, un’utenza eterogenea, dal centro cittadino alle frazioni più campagnole. Lo scenario, più o meno, è simile a quello di qualche anno fa, quando a frequentare quell’istituto c’era anche il sottoscritto: semplicità, vita tranquilla, valori sostanzialmente cattolici, ginocchia sbucciate da ore di partitelle a pallone, incontri nei giardinetti sotto casa, tanto sport.
In questa situazione - idilliaca, direbbero molti colleghi – mi tocca, in qualità di docente di italiano, la partecipazione al cosiddetto progetto di “Educazione alla Legalità”. Bene, dico io, per la causa ci sono sempre. Mi viene dato un piccolo dossier, leggo il titolo: il bullismo!
Mi guardo attorno, sono nel pieno di una riunione del Consiglio di Classe, cerco conforto dai colleghi, nulla. Ora, se fossimo stati nella periferia di Napoli, Milano, Roma, Torino, Palermo, lo potrei anche capire - e sottolineo anche, perchè a me questa storia del bullismo non m’è garbata mai più di tanto – ma siamo in un paesino bucolico delle Marche!
I nostri ragazzi – per rendere l’idea – arrivano con pane e salame per merenda, nelle prime classi parlano di cosa hanno fatto in parrocchia il sabato pomeriggio o di quello che hanno combinato con i genitori la domenica. Voglio dire, quale mostro bullo e spietato si dovrebbe aggirare per il nostro istituto, un novello Belfagor?
“Eh, ma c’è da stare attenti!” – mi si risponde – “Già ci sono stati dei segnali!”
“Di che tipo?” domando io.
“Già ci sono dei gruppetti che prendono in giro, anche in modo pesante!”.
Non replico. Mi limito a dire che aderirò al progetto – ne sono obbligato – ma farò il minimo indispensabile.
Ai miei tempi, ricordo che un giorno un ragazzo del quinto, già ventenne causa plurime bocciature, entrò nella mia classe, rapì di forza un nostro compagno – anche lui ripetente – scese in strada e lo ammanettò al palo di sostegno di un cartello stradale. Alle finestre stava affacciata tutta la scuola, le risate erano incontenibili, così come le urla – più che altro imbarazzate – della vittima. Lo scherzo durò qualche minuto, non di più; non furono presi provvedimenti disciplinari, il tutto terminò magari con un rimprovero, ma terminò.
Oggi un fatto del genere produrrebbe litri di inchiostro da parte della carta stampata locale, denunce, inchieste interne alla scuola, rivolte, avvocati e quanto di più insensato la televisione possa contribuire ad infiammare.
Così il bullismo diventa un problema di primissimo ordine anche in una scuola mansueta. Non lo è affatto, invece, quello spettacolo aberrante che si produce, con regolare cadenza, ogni giorno, agli stessi orari, dinanzi alla porta d’ingresso: gruppi e gruppetti di piccoli fumatori che si riuniscono ad alimentare il mito del tabagismo, sotto gli sguardi muti dei colleghi e dei collaboratori scolastici.
Sino a prova contraria, il fumo è proibito ai minori di sedici anni, sino a prova contraria, negli spazi della pubblica amministrazione (e quindi anche della scuola) è vietato fumare. Questa sarebbe una buona motivazione per improntare un discorso di “educazione alla legalità”.
Ma anche questo caso, si tratterebbe di uno specchietto per le allodole. Allen Carr, il guru del cosiddetto Easy Way, il metodo per smettere di fumare in maniera facile (con me ha funzionato alla grandissima), sottolinea in un passaggio del suo libro che nessun fumatore vorrebbe smettere, che i fumatori amano fumare, ma quando si domanda loro se, potendo tornare indietro, rifarebbero la medesima scelta, tutti risponderebbero di no.
Perchè consegnare un quattordicenne ad una delle brutture più becere della società in maniera così incondizionata? Perchè nessuno della scuola ha sollevato un dito quando ha visto un suo studente accendersi una sigaretta alle otto del mattino? Perchè la solita frase del cavolo “eh, ma poi tanto fanno quello che gli pare” o peggio ancora – velata di quel libertinismo proprio della sinistra – “ognuno fa quello che vuole”?
Perchè mi devo vergognare a dirlo ai genitori dei diretti interessati? Stiamo forse ancora al “non sta bene”? Però quante volte, a noi insegnanti, ci ricordano con insistenza che siamo degli educatori, prima ancora di essere trasmettitori di conoscenze. E allora educhiamo.
Caro Francesco, complimenti per il blog. Qualche tempo fa mi è capitato di scoprirlo con una ricerca di non so più che cosa, mi ci sono nuovamente imbattuto il giorno dopo, e l’ho molto apprezzato. Questo post mi piace assai; su qualcosa devo riflettere (ad esempio, e scusa l’ingenuità: concretamente tu come faresti per provare a dissuadere i quindicenni tabagisti?), ma nel complesso credo di essere abbastanza d’accordo.
E anche se non lo fossi, sarebbe un piacere discutere con te.
Un saluto
Ciao Marco e grazie mille per l’attestato di stima.
Sui metodi di dissuasione dei quindicenni dal fumo, credo che l’unica cosa da fare sia parlarne e parlarne. Io sono stato un grande e innamoratissimo fumatore, ma come tutte le grandi storie d’amore, prima o poi finiscono e finiscono con tuoni e fulmini!
Ed ho capito che quando noi più adulti parliamo di fumo, di tabagismo, lo facciamo come se fosse un qualcosa di veniale, di poco conto, un peccatuccio qualsiasi.
Se ti descrivessi i miglioramenti visibili nella salute che sto provando in questi primi mesi da non fumatore, capiresti che portata devastante hanno le sigarette sull’organismo, ben più massacrante della tanto vituperata e demonizzata canna di marjuana!
Eppure la nostra immagine è quella di Alberto Sordi, con la sigaretta e il wiskhetto in mano, con savoir faire.
Ecco dove sta l’errore. A breve uscirà un libro di Allen Carr rivolto proprio agli adolescenti. Chiederò che nelle scuole venga introdotto con serietà assieme a incontri e seminari sull’argomento.
Mai stato fumatore, ma non hai gran bisogno di convincermi di quanto fumare sia dannoso; ne sono abbastanza convinto per conto mio. La mia perplessità nasce da una certa sfiducia nella nostra capacità di entrare davvero nel mondo degli adolescenti; finché diciamo loro cosa devono fare, ci obbediscono, perché (più o meno) sono abituati così, o accettano (più o meno serenamente) le conseguenze della loro disobbedienza. Ma se proviamo a suggerire, non dico imporre, cosa o come devono essere, penso proprio che troviamo un muro: la loro è l’età in cui cominciano a rivendicare la “proprietà” della loro vita, e non amano intromissioni, anzi li percepisco (fai pure la tara alla brutalità che inficia tutte le generalizzazioni) più portati a fare il contrario di quel che diciamo. Hanno una gran voglia di farli da sé, i loro sbagli. Che in una certa misura sarebbe anche giusto e comprensibile. Peccato che spesso poi abbiano, quegli sbagli, conseguenze penose e a lungo termine.