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E’ uno tiro mancino dell’ironia quello di autoprensentarsi, un gioco sottile che mai deve abbandonarsi all’autocelebrazione, né tantomeno somministrare le soluzioni finali, le chiavi, per così dire, per aprire, senza scasso, i significati o, meglio ancora, le ragioni di ogni singola poesia.

Pochi accenni quindi, il più possibile fuorvianti, mio caro lettore, ma in maniera goliardica, s’intende: un capire dubbioso, un vagare nebbioso, un fallace ci sono !

Eppure, lo confesso, ho spesso sognato che qualcuno, in verità uno del mestiere, mi chiedesse della mia poesia, dei suoi ambienti, senza star sempre dietro a rime, versi, computo di consonanti e di apostrofi.

E’ un’occasione rara, un dono che non posso e non voglio rifiutare.

Qualche anno fa usciva un libello, intitolato “Come acqua che riposa…”, tessuto con trame post-adolescenziali e spiccata venerazione per l’io poetante, edonistico e risoluto nei pensieri, quasi categorico.

A quelle riflessioni, poi, ne sono sopraggiunte altre più nitide e più coinvolte, sono arrivati i viaggi, i volti, il mondo fuori, il lavoro, le parole dette con altre lingue.

Esiste il mondo, fuori, esistono realtà plurali e al tempo stesso vere, esistono, a prescindere dall’io narcisistico del poeta. Ed essere cosmopolita è una condizione privilegiata, non necessariamente perché, per immaginario collettivo o tòpos letterario, l’accostiamo a vezzosi giramondo dai gusti raffinati ed eccentrici: essa lo diventa in quanto modus cogitandi ac vivendi che migliora l’esistenza, anche senza baiocchi o dobloni.

Essere cosmopolita, arte quanto mai tra le più antiche della storia dell’uomo, è a mio avviso un atto di coraggio, di scelta, di impegno, anche passivo, qualora si decida di limitarsi ad accettare quel crampo allo stomaco che inevitabilmente lo scontro con l’altro produce.

Credo che proiettarsi o, come ha scritto a proposito del mio libro Massimo Pasqualone, estroiettarsi, in un processo che vada dall’intimo interiore all’intimità del reale, sia una possibilità imprescindibile per un animo sensibile.

La varietà degli strumenti a disposizione, poi, per esprimere lo stupore, l’ulissica curiosità, lo straniamento, il ruminare delle rotelle cerebrali all’incontro con la vita quotidiana, oltrepassate le proprie mura, magari anche solo con lo sguardo, è un discorso strettamente personale e carismatico.

Non entrerò dunque nel merito delle mie scelte stilistiche e lessicali, non dirò quale sia il mio modello, se mai ce ne sia uno soltanto, non rivelerò le occasioni nelle mie liriche, non accenderò una poesia della negazione, è un patto già accettato: voglio che sia un racconto, un pensiero prima di coricarsi. Considero infatti la comunicazione poetica solo una delle forme possibili – guai alla spocchia! – di interazione fra sensibilità.

Facciamo poesia, eppure si vive e si va folti a lavorare, con il pensiero che tutto faccia parte di uno stesso progetto, di una cadenza quotidiana, dalla quale, supplizio tantalico o scelta consapevole, non è possibile prescindere.

I volti che incrociamo quando aspettiamo l’autobus per recarci in ufficio, la vecchina che barcolla con le sacchette della spesa occupando il marciapiede, l’amore, che non è mai splendido se non nell’attesa ad una finestra, quando i pensieri si condensano come il respiro sui vetri, una stagione anomala, il caldo a novembre, l’essere consapevole ed accettare di far parte del popolo minuto, non rinnegare, ma anzi sentire: è così esatta la serenità dei popoli, mi commuove quel pensiero, fin dentro lo stomaco. Questo non vuole dire che non esistano dolori, delusioni, surrealismi, introversioni, ironie al limite del sarcasmo, finanche piccole dosi di quotidiana visionarietà.

Ma un Io, quando non si autovenera più, diventa un Noi, un nome collettivo, un desiderio di umanità, aperta, sociale; non china la testa, non cerca di confondersi tra la folla per rinunciare alla propria identità, osserva, anzi dialoga: io sono io, però è facile sedersi ad una panchina, trovarsi con le labbra, salutare con un cenno universale.

Mai titolo fu più appropriato per questo libro, ringrazio di cuore Alessandro Ramberti d’avermene fatto dono.

Infine un gioioso abbraccio a Barcellona, mia casa, agli occhi del Raval, al vento di Drassanes, alle piazze di Gracia, ai viali della Gran Via che ho percorsi ogni mattina, per recarmi al lavoro. E intanto il mondo fuori finalmente accadeva.

 

 

 

 

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