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Il film di Francesca Comencini adotta la tecnica del “liberamente tratto da” operando continue contaminazioni con il mondo della letteratura. Ufficialmente la sceneggiatura si rifà esclusivamente al Capitolo Quarto e Quinto della “Coscienza di Zeno”, tuttavia è innegabile non scorgervi precisi riferimenti alle “Tre Sorelle” di Čechov e ad un preciso lirismo narrativo. La figura di Zeno viene completamente decontestualizzata, rifiutando l’ironia tipica del personaggio sveviano, l’ambientazione si sposta da una Trieste dei primi del Novecento ad una Roma dei giorni nostri: resta soltanto quella classe borghese cui sia Svevo che  Čechov fanno riferimento.

Zeno Cosini (interpretato da Fabrizio Rongione) sembra incapace di ricorrere all’ironia e all’umorismo del romanzo, egli è vittima passiva e malinconica, schiacciato dal peso della morte del padre e dal carisma della famiglia Malfenti. Il film inizia con una citazione letterale dal Capitolo Quarto (“Il mio primo sforzo di ricordare, m’aveva riportato a quella notte, alle ore più importanti della mia vita”) che sembra subito stabilire un contatto con il racconto memoriale di Svevo. Uno Zeno insofferente e smarrito è quello che vediamo accanto al letto del padre moribondo, distante da quello delle pagine dello scrittore triestino. La sua drammaticità, il suo senso di inadeguatezza ci riportano, sin dalle prime scene, al Versinin delle “Tre Sorelle”. Nel film della Comencini, Zeno non ha nulla dell’inetto, la sua sofferenza, la sua malinconia seguono da vicino la sua sensibilità, così profonda e pura, come si evince dalle parole di Giovanni Malfenti (Mimmo Calopresti) “Tu Zeno sei diverso, perché sei colto, ma questo non deve impedirti di vivere”. La continua riflessione che egli fa sulla vita, l’amore per la cultura, per il teatro russo (altro riferimento a Čechov!) si accompagnano ad un’attitudine silenziosa, delicata, atemporale. Zeno si lascia vivere, ma il suo spaesamento è dolce e languido, non ha niente di drammatico e forse nemmeno di conscio, e il suo lasciar correre le cose è conseguenza del dubbio nel quale vive: che il padre, con il suo ultimo gesto prima di morire (uno schiaffo) abbia voluto dirgli che non è mai stato il figlio che aveva desiderato[1].

E’ proprio la figura del padre ad essere al centro della vita di Zeno, nel film gli scontri e le distanze sono più spietati che nel romanzo. Il silenzio della casa, pur abitata da entrambi, è il silenzio del rapporto padre-figlio. La sceneggiatura consegna a Zeno una battuta più volte ripetuta nel corso del film e non presente in Svevo “Le conversazioni con mio padre erano più che altro dei lunghissimi silenzi”. La malattia del padre assume in Francesca Comencini un tono più drammatico e pungente, facendo da contrappeso alle vicende amorose del personaggio. Scompaiono i dottori, le infermiere, la serva Maria di Svevo, i dialoghi del romanzo vengono caricati di maggiore conflittualità, sempre rivolti a sottolineare lo sdegno e il dolore di uno Zeno sempre rifiutato. Così la scena, presente nel Capitolo Quarto, in cui il padre invita Zeno a guardare fuori dalla finestra qualcosa che il figlio non riesce a scorgere, perde quella leggerezza e quell’ironia tipica di Svevo per addensarsi nel volto del Zeno cinematografico in una smorfia di rancore e compatimento.

Le atmosfere e le ambientazioni seguono da vicino il testo del romanzo, suggerendo così un salto temporale all’indietro, dai nostri giorni agli inizi del Novecento: i colori, l’arredamento, la raffinatezza dell’appartamento hanno senza dubbio un gusto retrò, che si scontra con la città che vive frenetica la modernità.

In questo film, delle madri c’è solo una pallida traccia: le donne non sono madri, ma figlie e compagne. Sono i padri a condizionare le vite dei protagonisti, con pochi gesti e ancora meno parole. L’esistenze dei protagonisti non sono ordinarie (nessuno che faccia l’operaio alla pressa, che fatichi davvero) ma sono invece ordinari i motivi che li spingono ad agire: il senso di inadeguatezza, la ricerca del benessere, il rispetto di certe convenzioni sociali[2].

La figura di Giovanni Malfenti, anch’egli padre, sembra porsi come antagonista nei confronti del padre di Zeno, è figura raffinata, vincente, attenta alle esigenze della famiglia. Da qui anche la grande distanza dalla descrizione che Svevo propone di lui nel suo romanzo: il Giovanni Malfenti sveviano è sì un borghese benestante, col fiuto per gli affari, commerciante scaltro e senza scrupoli, ma ci appare anche rozzo e privo di cultura, dai modi poco signorili, con una corporatura massiccia e poco aggraziata. Francesca Comencini sceglie di mettere davanti la cinepresa un personaggio di innegabile garbo, commerciante anche lui, è vero, ma di arte, dotato di una spiccata sensibilità estetica, ben vestito, capace di non scadere mai nel banale, ma altrettanto capace di calpestare i sentimenti delle proprie figlie. Ritorna il tema dell’egemonia paterna nelle questioni di famiglia. Nel suo essere figura carismatica il Malfenti del film ci riconduce indubbiamente al testo di Čechov, al rispetto che le figlie hanno per il proprio padre, al rango nobile che l’autore russo gli affida: generale di brigata. E’ proprio Giovanni Malfenti che nel film si lancia in una descrizione, ad un Zeno appena conosciuto, delle proprie figlie, inquadrandole in tratti caratteriali valutati attraverso il suo carattere: Ada “è come me, è vincente, e riuscirà”, Alberta “ha preso da me tutto ciò che ho tentato di tenere nascosto, le ansie e le inquietudini, vuole fare la ribelle ma non ci riesce”, Augusta “è la più fragile”. Zeno lo osserva ammirandolo, così come anche Svevo sottolinea. Ma proprio la mancanza di empatia con il padre (Malfenti ad un certo punto dirà “Mi sento a disagio quando rimango solo con le mie figlie”) condurrà Alberta a tentare il suicidio.

Giovanni Malfenti, contrariamente a quanto narrato da Svevo, intesse con Zeno un rapporto sincero, di profonda ammirazione per la sua cultura, per la sua sensibilità. Egli si fa confessore per il giovane, per le sue ansie, siede dinanzi a Zeno ascoltando la sua storia, diventando tacita proiezione della “coscienza di Zeno”. E’ questo il passaggio più emozionante del film, i due siedono uno di fronte all’altro, parlandosi ed ascoltandosi, toccandosi nel profondo: Giovanni Malfenti confida a Zeno che l’esperienza lavorativa che entrambi hanno vissuto insieme non è da considerarsi fallimentare, seppure lo sembri, lo rassicura proprio nel suo lato debole “Zeno tu sei diverso perché sei colto, ma questo non deve impedirti di vivere”. Il ragazzo si apre: esce dalla sua bocca la minuziosa descrizione degli ultimi attimi di vita del padre, dello schiaffo ricevuto, mai digerito e somatizzato in numerose forme d’insicurezza.

In quel preciso istante, nel film, i due divengono come padre e figlio, riconciliandosi con i rispettivi ruoli.

L’opera di adattamento del romanzo di Svevo voluta dalla Comencini continua investendo anche le sorelle Malfenti.

La descrizione che Svevo ci da delle tre (quattro, in verità, ma la quarta è troppo piccola per subire mutamenti) sorelle appare sommaria o comunque filtrata attraverso la solita smaniosa ironia che contraddistingue Zeno. Nel film esse godono di maggiori spazi e di una migliore caratterizzazione: in Augusta lo strabismo è sostituito da un golfino poco elegante (Zeno dirà “com’è vestita male pensavo guardandola”), Alberta, come già precedentemente nelle parole di Giovanni Malfenti, è  più grande della diciassettenne di Svevo, ha ventitre anni, è inquieta ed in costante ricerca di qualcosa. La figura di Ada è quella che più si riferisce alle pagine di Svevo: bellissima e sicura di sé. Nella seconda parte del film la sceneggiatura si sofferma maggiormente sulle tre ragazze, che si scontrano, si allontanano, si vivono. Ancora una volta il riferimento a Čechov risulta essere imprescindibile: come non vedere nella “perfezione” di Ada l’ombra dell’Olga delle “Tre Sorelle”, ed ancora, il monologo che un’Alberta in trance, dopo una furibonda lite con la sorella Ada, pronuncia piangendo riporta fedelmente le parole che Irina, nel Terzo Atto del dramma teatrale, rivolge alle sorelle e agli astanti.

Francesca Comencini elimina quasi completamente la narrazione del corteggiamento di Zeno ad Ada presente, invece, nel romanzo, lascia qualche scena ad indicare la strada allo spettatore, carica i silenzi di significati profondi. Le parole tra Zeno ed Ada sono epigrammi, sono pennellate veloci e vigorose, quasi fossero “ultime parole”. I due consumano un rapporto sessuale che nel romanzo non compare, poi Ada diventa fredda ed inizia il dramma amoroso di Zeno. Egli si ostina nel suo sentimento, nonostante Alberta gli si offra: Zeno, s’intuisce nel film, in verità si concederà anche a lei, con poca convinzione, però, tradendo il suo amore per Ada.

Un intreccio amoroso, quello della Comencini, più aspro e veloce di quello di Svevo, più adatto alla morale dei nostri giorni che a quella dei primi del Novecento.

Solo Augusta, delle tre, rimane fissa nel suo personaggio, tanto nel film quanto nel romanzo, è la donna mite e premurosa che ama Zeno in segreto e che acconsentirà alla nozze, anche dopo avere ascoltato dalla bocca del giovane i tentativi di corteggiamento verso le sue sorelle più grandi.

Il linguaggio del film predilige una narrazione lirica, fatta di silenzi e di sospesi, di controluce e di colori umidi e caldi. La città di Roma è una presenza discreta, quasi anonima, animata per lo più dalle passeggiate notturne di Zeno e delle sorelle Malfenti. La tecnica cinematografica di Francesca Comencini privilegia il primo piano, conferendo un’importanza significativa ai volti dei personaggi, quasi volendo penetrare nei loro occhi e quindi nella loro anima.

Il lirismo non vive mai momenti di stanchezza, senza per questo essere pesante per lo spettatore, il racconto memoriale di Svevo circa la morte del padre ritorna ciclicamente nel film attraverso piccoli flashback, quasi dei cammei all’interno della narrazione. I silenzi conferiscono alle battute degli attori una corporeità quasi scultorea, consegnandole immediatamente alla riflessione dello spettatore. Vi sono degli espedienti utilizzati dalla Comencini che consentono di tenere unita la trama del film: il quadro che Zeno ama e vorrebbe acquistare, ma che decide di lasciare a Giovanni Malfenti quale dono per il compleanno di Augusta, segna i momenti più significativi della sua vita, come egli stesso sembra presentire “Avrei voluto quel quadro per me, ma lo sacrificavo volentieri, forse mi avrebbe portato in un paese molto lontano”. Quel quadro gli apre le porte di casa Malfenti, quel quadro gli giace accanto mentre si sta preparando per il suo matrimonio.

Un altro piccolo espediente cinematografico è riferito alla questione della data del Cinque Maggio: Francesca Comencini introduce tale riferimento cronologico nella battuta iniziale delle “Tre Sorelle”, in cui Ada impersona Olga, riferimento che nel testo originale non compare. Compare invece in Svevo, quando Zeno, allontanato da casa Malfenti, decide di inviare un mazzo di fiori alla signora Malfenti proprio il Cinque Maggio, giorno della morte di Napoleone. Il mese di maggio continua ad entrare nella sceneggiatura del film, quando Zeno, ormai senza speranze, tenta un ultimo approccio con Ada dicendole “Amo te che sei nata nel mese di maggio”.

Numerosi altri adattamenti dal romanzo sono presenti nel film, ne cito solamente un paio: Zeno inizia a zoppicare dopo aver parlato con l’Olivi e non con l’amico Tullio come nel romanzo ed il suo antagonista in amore, Guido, nel film non suona il violino, ma il pianoforte, attenuando così il dramma interiore e il senso d’inferiorità dello Zeno sveviano (ben descritto nel romanzo).

Un’ultima considerazione riguarda la presenza del teatro all’interno del film: Ada è un’attrice che porta in scena proprio le “Tre sorelle” di Čechov interpretando Olga, Zeno è un appassionato di teatro russo, la battuta iniziale del dramma, in maniera quasi originale, viene più volte ripetuta nel corso del fim. La presenza di Čechov non risulta essere affatto discreta all’interno del film, i punti di contatto sono numerosi anche in maniera esplicita. Vediamo Ada sul palco durante le prove, nel suo sforzo di rendere vero il suo personaggio, la vediamo alla prima recitare davanti al pubblico. Si può allora parlare di teatro all’interno di un’opera cinematografica, ma anche di metateatro, laddove lo spettatore vede nascere l’interpretazione di Ada, scopre i gusti del regista che la sta dirigendo, vede il personaggio di Olga partire da zero e giungere sul palco riscuotendo grande successo: teatro sì, ma anche tecniche teatrali quindi.

Francesca Comencini realizza un film che si presta a diversi livelli di contaminazione con le opere letterarie: lo spettatore è chiamato ad un continuo lavoro di contestualizzazione e decontestualizzazione degli scenari letterari sottesi. L’integrazione di tre diverse forme di comunicazione (cinema, teatro, prosa) risulta efficace, raggiungendo un  suo equilibrio narrativo, ben sostenuto dall’intensa colonna sonora composta da Ludovico Einaudi. Il film termina con una frase significativa ripresa dal romanzo di Svevo ma amplificata dalla sensibilità dello Zeno della Comencini: “È un dubbio che mi accompagnerà forse per tutta la vita. Ma oggi penso che l’amore, accompagnato da tanto dubbio, sia il vero amore”, ed è proprio il dubbio l’unico criterio di valutazione ammesso dai protagonisti, che dubitano di loro stessi e dei loro rapporti con gli altri.

 

Francesco Accattoli


[1] Spernanzoni Silvia, “Il dubbio e l’amore – Le parole di mio padre di Francesca Comencini”, in www.frameonline.it

[2] Ibid.

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