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Sfogliando stamane l’inserto culturale del Sole 24 ore, mi ha colpito un pensiero di Lorenzo Tomasin che, in un suo articolo sulla migliore poesia del 2007, afferma “Vien da pensare che la poesia italiana migliore sia, ancora oggi, quella che sa guardare anche indietro anziché protendersi a tutti i costi verso una monotona novità“.

Quell’aggettivo, monotona, affiancato quasi in ossimoro a novità, mi riporta ad un altro pensiero, questa volta di Brançusi, il quale affermava che “la semplicità è una complessità risolta“.

Uno più uno, semplice appunto, due affermazioni uguali ma che non si annullano, la doppia negazione che resta doppia negazione: la novità ai nostri giorni può realizzarsi solo con un ritorno alla semplicità, quella di Brançusi sia chiaro, quella che non è banalità o superficialità, ma assimilizione e meditazione del complesso, risolto poi sotto forme nitide, chiare, lucide, accessibili.

Noto ormai da mesi, avendo a che fare, tra l’altro, con studenti in età adolescenziale, che la tendenza a mascherarsi dietro forme d’espressione molto individualistiche (penso al culto di strumenti come i blog o le raccolte fotografiche personali nel web) inducono i ragazzi, e quindi le nuove leve, sempre più ad una ricerca dello sciòc, del sensazionale, del complicato (e non del complesso), quasi in una sorta di barocchismo espressivo: più ingredienti si mettono nella pentola, più la zuppa viene buona.

Di contro, mi vengono in mente poeti come Sandro Penna o Luciano Erba, o cantautori come De André o Guccini (quest’ultimi semplici dal punto di vista delle trame musicali, non certo per le liriche), esempio tutti dell’assoluta fascinazione che può derivare dalla linearità e dal nitore. Non parliamo, per favore, del focolare pascoliano come luogo di semplicità e di rassicurazione: esistono gradazioni ben più chiare, linee più essenziali (penso al Suprematismo russo, a Rothko, a Fontana) che sgorgano da anni (e sudori) di lavoro sull’accademia.

Il riferimento che fa Tomasin alla necessità di uno sguardo retroattivo per potersi proiettare, con esito, nel futuro, a mio avviso non deve però contemplare in nessun modo un ritorno al culto del classicismo italiano, i vari Carducci e compagnia. Nè (eppure sono docente di latino) alla lirica latina per antonomasia, ad Ovidio, ai Neoteroi.

In tal caso, ai paroloni da Azzeccagarbugli mi piace pensare (e contrapporre) quello splendido flusso di coscienza che l’imperatore Adriano ebbe negli ultimi anni della sua vita, quella “animula vagula blandula“, che tanto è stata glorificata, soprattutto grazie alla Yourcenar, ma che, nel racconto della letteratura di quel tempo (II d.C), non occupa una posizione di rilievo.

Ritengo che Adriano avesse delineato il percorso più rivoluzionario nel campo della lirica, ricercando effetti retorici semplici e poco praticati dalla latinità, assolutamente moderni, perchè intimi e al tempo stesso studiati (l’imperatore spagnolo era famoso per il suo culto delle arti), con un ritmo per nulla prosodico ma simile a quello interiore, tanto da farlo ritenere, così come tutti i poetae novelli, autore di secondo piano.

Il problema della ricerca della semplicità, a questo punto, risiede nella necessità ineludibile di tempo e lavoro, aspetti questi che mal si accostano alla cadenza frenetica ed ingorda dell’oggi. La poesia, a maggior ragione, non può permettersi tempi brevi: lasciamo da parte il labor limae, pratica che alle volte costringe ad un vero supplizio tantalico. Si sta parlando di comunicazione: di affetti, sentieri, saggezze, a beneficio di quanti più lettori sia possibile.

D’altra parte, nell’antichità, le parole dei poeti spiegavano, intrattenevano, suggestionavano, nel modo più democratico che potesse esistere: quello della lettura e dell’ascolto.

Francesco Accattoli

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