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Un libro di poesie e prose, quest’opera d’esordio di Francesco Accattoli, giovane uomo di lettere e di arti, classe 1977. Nel volume è raccolta, proprio “come acqua che riposa”, una mescolanza di testi. Ognuno è il frammento di un diario segreto: poesie, microracconti, lettere ed epigrammi si alternano e testimoniano, con forza, e semplicità, il cammino di una persona a cui piace parlare con il mondo e crogiolarsi alla sua luce più calda. La lirica di Accattoli serve a celebrare la vita, che al di sopra di tutto riverbera la sua luce su una natura umanizzata, sul desiderio sensuale e sul “te che mi ascolti” amato anche da Saba. Il verso, di ascendenza ungarettiana, è brevissimo, poco più che una monade verbale, che non cerca però la deflagrazione verso un senso ritmico, ma rimane calmo, pacato, come un fuoco d’artificio in lontananza. Dopo le poesie, in “Come acqua che riposa” fitte sono le lettere. Nel rispetto del canone epistolare divengono uno strumento di confessione aperta e diretta ad una persona lontana; in alcune c’è un uomo che sogna e ha nostalgia del Brasile e si confida ad un suo giovane amico, il “caro P.”, sulle sue pene di eros messo in cantina nella stagione autunnale. L’ardore e lo stile è quello di Jacopo Ortis, ed è questa auto ironia a rendere le lettere particolarmente intriganti e piacevoli. Se le epistole hanno sapore ottocentesco, nei racconti invece la fantasia segue il suo impulso onirico e assurdo: uomini-tempo come nel romanzo “Momo” di Ende, treni che diventano fiori, flusso di coscienza di un folle immerso nei suoi colori od anche dialoghi didascalici. Infine le epigrafi, dove Accattoli mette a nudo quella “incredibile saggezza” di cui il critico ed editore Leonardo Mancino, nella sua nota introduttiva al libro, parla. Una saggezza chiara e vellutata che emerge in tutti i testi dell’opera e che, ed è questo ciò che muove Accattoli a scrivere, canta per rendere alla vita il doveroso atto di gratitudine.

Uscita nell’ “Urlo”, Anno XII, Numero 112 Giugno 2004

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