Riporto con grande ammirazione ed affetto le parole di Alessio Alessandrini, poeta ascolano dalle brillanti idee e dal talento cristallino, il quale ha avuto la voglia e il coraggio di scrivermi ritornando sulla questione della cosiddetta “linea marchigiana” sollevata da Alessandro Seri e alla quale il sottoscritto aveva mosso alcune critiche. In veritá, giá dal principio, s’era inserito nel dibattito anche Alessio, ma il suo post, lasciato nel blog di Alessandro Seri, ha trovato meno fortuna (in termini di critiche e commenti più o meno sereni) del mio (sigh!).

Ringrazio Alessio per la sua luciditá d’analisi e la sua grande onestá intellettuale.

“Hai ragione tu, pienamente ragione, quando affermi che il valore di una poesia non sta nei galloni conquistati, non si fanno classifiche in poesia, come si potrebbero fare se gli stili e le ricerche sono diversissime, né si può ragionare per scuderie, non si può semplicemente dire che chi rientra in “Nodo Sottile”, ad esempio, è un Poeta e gli altri sono minori. La visibilità potrebbe essere un discrimine ma non è certo l’unico. Io conosco davvero poco la poesia dei nuovissimi marchigiani ma sicuramente ho l’impressione che i giovani o si legano a scuole di pensiero o sono fuori… e questo è un grosso limite, non solo della poesia marchigiana ma della poesia in generale. Non c’è più spazio per il confronto intellettuale, chiunque ha come mira quella della pubblicazione, e chi si atteggia a maestro di fronte al colloquio sparisce. Ho la vaga impressione che il limite più grande sta nel fatto che la poesia “circoli per circoli” (scusa il gioco di parole) e davvero pochi sono quelli cha hanno la mente aperta al confronto e che vogliono davvero divulgare i valori che la poesia apporta. Io credo che nelle Marche manchi una scuola poetica perché molti poeti marchigiani hanno assunto una posa, spesso e inconsciamente leopardiana. In ogni caso questo è male comune. A me piacerebbe che si creassero momenti di condivisione, dove si confrontassero idee, dove si cercasse di definire un punto di arrivo comune senza però intervenire sulle singole e specifiche poetiche. In poesia non ha senso dire: meglio la sperimentazione, meglio la vocazione comunicativa, meglio la poesia che predilige l’oralità… non c’è un meglio, si tratta di tre strade nobilissime e diversissime tra loro e tutte e tre praticabili, quello che ci si deve chiedere è: “a che pro?”.
Nelle Marche tutto questo è portato all’eccesso perché vuoi o non vuoi il poeta marchigiano sente il bisogno di sprovincilizzarsi e il colloquio con chi è della tua stessa terra appare come meschino. Si ha bisogno di altre platee, di altri interlocutori. Diciamoci la verità, la classe intellettuale ed editoriale di un tempo aveva una conoscenza e una capacità di confronto invidiabile, ora abbiamo un manipolo di saccenti, autoreferenziati che si atteggiano a maestri. Come poter mettere a confronto un Giulio Mozzi o un Alessandro Baricco con un Cesare Pavese o un Italo Calvino? Ora quel che conta è svettare nelle classifiche e ci riesce solo un Moccia, farcito di banalità e luoghi comuni, la poesia invece è sacralità e impegno, ascolto e ascesi, la poesia fa sanguinare e questo non piace più. Mettiamoci una pietra sopra, caro Francesco, chi come noi, perché se non sbaglio credo di poterti annoverare tra quelli, è ancora convinto nella libertà della poesia (lo diceva anche Biagi: “libertà e poesia sono le uniche parole che non hanno bisogno di attributi”), non può far altro che coltivare il proprio orticello magari scambiandosi i frutti del proprio raccolto, come un dono, il più bel dono. Penso a uno come Socci, non lo conosco ma ho letto alcune sue cose, il fatto che non abbia mai pubblicato ma faccia continuamente dono della sua esperienza agli altri è la dimostrazione che c’è ancora qualcuno che non dimentica che la cultura quella vera è politica e non popolare… (o ancora meglio: popolare e non popolana!).”

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