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“Esiste una poesia che, nel suo farsi, dà per scontati i secoli di poesia che ci hanno preceduto, altra, ed è il caso di Come acqua che riposa… , che ambisce a rifondare la poesia non dando nulla per scontato, per scritto, non rassegnandosi al già stato. Ciò non significa che l’Autore, il giovane Francesco Accattoli, ignori la poesia dei secoli passati. Si può dire che l’ha filtrata, passata al setaccio, quasi distillata e che per compagno di viaggio abbia voluto con sé l’innovatore della poesia italiana del Novecento: Ungaretti. Le parole, pur logorate dall’uso e dal mal uso, in Accattoli riacquistano una loro verginità poetica, una lor essenzialità che le estrapola dal quotidiano fino a farle diventare portatrici di senso poetico. Più che la metafora è l’analogia a rafforzare questi versi, la scoperta di legami ancestrali tra l’uomo e le cose, i suoni, i colori. Ed è nella ricerca di questi legami che si sostanzia la versificazione di Accattoli. La vicenda che genera i versi è occasionale, perchè non è di amori, di languori adolescenziali che Accattoli scrive, ma di sé, di sé come vivente, di sé riconosciutosi poeta, innamorato della parola e del suo combinarsi con essa.  Talvolta la parola poetica non si basta, non evoca essenze, rischia di esondare e per renderla doma si ricorre ad una prosa didascalica, quasi a voler lasciare intravedere una costruzione logica in cui la poesia rappresenta il frammento, il bagliore, l’acme. Nasce così il prosimetro, la sezione eponima, che a mo’ di epistolario dovrebbe condurre nel campo vivo della creazione poetica o ad esaltare la goccia distillata, la parola in sé nuda e vestita dell’assoluta necessità del darsi. Accattoli procede in una versificazione apparentemente semplice, assecondando spesso la pienezza classica del verso, ma altrettanto spesso riesce a soprendere con improvvise cesure e cambiamenti di ritmo che appartengono interamente alla musicalità del presente ed in questo risiede gran parte della fascinazione di questi versi. In questo non chiudersi alle sonorità moderne, in questo aprirsi al futuro demistificato e non più mitizzabile, neanche con gli strumenti della prosodia classica.”

Pubblicato in Hortus n°26, Stamperia dell’Arancio, Grottammare, 2004

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