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Ho avuto il piacere di incontrare la pittura di Federica Amichetti, giovane pittrice recanatese, qualche mese fa, durante una delle mie incursioni nel web alla ricerca dell’arte. Ieri pomeriggio ho avuto il piacere di incontrare personalmente Federica, nel suo piccolo atelier lungo il corso di Porto Recanati. Due chiacchiere veloci e cordiali, uno sguardo attento, e dal vero, ai suoi lavori.

Visitando la sua pagina web, già a suo tempo, ero rimasto entusiasta della sua tecnica, della sua ricerca che muove da una lettura profondamente intima del paesaggio. Un processo di introiettazione e di codifica della natura, il suo, che mi ha riportato alla mente un certa pittura simbolista, quella di Degouve, di Leon Spilliaert (il mio preferito), di Levy-Dhurmer, di Gallen Kallela, fino ad arrivare a Klimt.

Quelli dell’Amichetti sono boschi dal sapore nordico, asciutti, stagliati verso un cielo invisibile, così come invisibili sono sempre le radici. Alberi come presenze, che poggiano su fondi limacciosi, giallastri o del color del rame, in una sorta di ambientazione atemporale, poco riconoscibile, un non luogo che ferma lo sguardo e supera la pittura propriamente paesaggistico-naturalistica. Se la terra non è mai ventre che nutre le radici, lo spazio circostante è nebbia o notte scura, o palude che si estende sin dove arriva l’occhio. Il vivo, il pulsare della linfa è nelle foglie, rosse (“Giardini segreti II”), o luccicanti per l’uso del rame (“Trasparenze”) , a spezzare il respiro sopito e ombroso del bosco e a suggerire un riscatto sempre possibile.

A dire il vero il cielo esiste, deve esistere, tuttavia il suo incontro provoca vertigine: è sempre troppo alto, irraggiungibile, il collo si piega sino a perdere i sensi. La serie delle “Vertigini”, vortici di chiome e rami, fughe di fusti sino alla rarefazione, segnano un percorso che inevitabilmente mette in stretta relazione natura ed essere umano, un processo di immedesimazione e di identificazione che sostituisce l’incosapevole moto ascensionale della natura con l’ardire, o il vano cercare, dell’uomo. E la vertigine nè è l’inevitabile contrappasso. Il cielo è solo luce, non vi sono nuvole nè azzurri riconoscibili e familiari: è guida oltre l’apparente, ma ugualmente spietato, muro costituito dal fitto stare degli alberi e delle loro chiome. Come a dire una fiducia, fintanto che all’occhio è concesso di evadere, furtivo, prima che sopraggiunga un improvviso capogiro.

Francesco Accattoli

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