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Sono reduce dall’ultima data ufficiale dei Noa Noa, prima di iniziare un periodo di ristrutturazione delle idee e delle aspirazioni. Abbiamo suonato all’Hangar Cult Lab di Ancona sabato sera, c’era tantissima gente, pochi i nostri soliti fans. Abbiamo suonato bene, ci hanno fatto moltissimi complimenti, e il posto, lo dico con orgoglio, è frequentato da palati fini. Questo significa che abbiamo lavorato bene in questi quasi cinque anni di vita del progetto Noa Noa. I ringraziamenti li troverete nel nostro myspace.

Il mio ricordo di sabato inizia con un senso di tristezza, subito dopo aver cenato, o forse di melanconia, per tutti gli anni trascorsi a suonare, a cazzeggiare, a ridere, a comporre, a viaggiare e sputare sangue sul palco. Scrivere canzoni è la magia più grande che l’arte possa concedere, si tratta di un’alchimia che deve regolarsi su di un perfetto equilibrio di talento nello scrivere versi, di ritmo, sonorità, gusto e fantasia. E’ molto più complesso che scrivere poesia, c’è la musica di mezzo, bisogna tener conto dei tempi. Eppure, nonostante la difficoltà dell’operazione, il canto, il suono, la parola che diventa nota sono un piacere imprescindibile. Ho lasciato che la mia melanconia generasse emozione, ho alzato la cornetta, ho chiamato Paolo, mi sono confidato: e come sempre mi ha rincuorato come solo lui sa fare. Ho scelto gli abiti di scena e sono corso al locale. Il concerto è stato grandioso. “Perchè vi sciogliete?” – continuavano a ripeterci – “Non si può evitare?”. Non si può evitare, ci sono troppe cose che ci mancano, vogliamo ritrovarci con serietà. Continueremo io e Riccardo (il bassista), con concentrazione e dedizione. Vedremo cosa ne uscirà.

Intanto però a metà febbraio (il 15, ndr.) esce il nuovo album di Paolo (Benvegnù), lo sto aspettando da mesi, lo aspetto sempre, con ansia, perchè è la mia guida, mi sa emozionare, mi insegna cosa vuol dire fare musica, mi affascina. Le sue suggestioni sono anche le mie, solo che lui le sa esprimere molto meglio. E ci mancherebbe!

E domani è di nuovo Carnevale, la festa più sciocca e fastidiosa, a mio avviso, di tutte le feste. Eppure, se ne parlava con Luigi Socci qualche giorno fa, il Carnevale sta pian piano cedendo il posto ad Halloween: ormai il nostro fottutissimo amore per la cultura e la società statunitense ci ha tolto anche il piacere della goliardia carnascialesca. Dolcetto o scherzetto? Ma che vadano a cagare! A me il Carnevale non è mai piaciuto, ma diamine, almeno è nostro, ha delle radici storico-culturali molto forti ed antiche. Lancio un appello: le zucche, invece di sprecarle ad Halloween, fateci due bei raviolacci!

Che tristezza: noi, culla del Rinascimento, padri delle arti e delle scienze, figli del più grande impero mai esistito nella storia, connazionali di Dante (!!!!), abbacinati dagli Stati Uniti d’America, United States of America (da leggersi con tono western).

Gli Stati Uniti hanno prodotto solo prodotti deperibili, usa e getta, non hanno il senso della sedimentazione. Quanti secoli di storia hanno? I nostri ponti romani reggono ancora alla grande. E’ la solita retorica? No. E’ soltanto la delusione di sentire ripetere che agli Americani (io dico Statunitensi, perchè Americani sono tutti, dallo stretto di Magellano al Canada) dobbiamo la libertà dal nazifascismo, che gli dobbiamo tutto, ma tutto tutto tutto. Retorica del Dopoguerra. Chi ha studiato lo sa. Essere europeista oggi è davvero un gran piacere.

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