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Oggi avrei dovuto partecipare al grande incontro di poesia organizzato da Massimo Pasqualone e da Alessandro Ramberti di Fara Edizioni in quel di Francavilla Mare. Per motivi personali ho dovuto rinunciare all’ultimo momento, e me ne dispiaccio molto. Il tema della giornata era “il silenzio della poesia”. A noi partecipanti era stato chiesto, qualora lo avessimo desiderato, di scrivere qualcosa a proposito. Stimolo migliore non poteva capitare in questo momento per me. Sto riflettendo da tempo sul senso civile, o sociale, o rivoluzionario, della poesia. Su come essa, e questo è un mio pensiero, debba essere militante, soprattutto in un momento storico del nostro Paese dove non c’è molto da restare in silenzio, dove la gente vive di stenti, dove i SUV provocano disastri, dove la politica diventa ridicola, dove l’apparire diventa ragione primaria di vita. Ho scritto una poesia, oggi avrei contribuito anch’io, col rischio di essere fischiato, o meglio, come mi capita da qualche mese, ghettizzato perchè strofino la permalosità di taluni individui. Al ritorno dalla Spagna, ho avuto l’impressione di imbattermi in una certa medievalità, per tante ragioni, per l’ingerenza che i prelati hanno nella pratica del vivere dei miei connazionali, per la assoluta impossibilità di esprimere idee, perchè, qualora siano considerate diverse o critiche (non polemiche), si viene “crocifissi in sala mensa”, per l’immobilità e il torpore delle coscienze. E la poesia ne risente, credo. In special modo la mia. Siamo passati dal ’68, da Peppino Impastato, dai grandi scioperi dei metalmeccanici, dai cortei, dalle proteste unanimi, al particolarismo, all’orticello padronale, all’idea di un benessere che diventa esclusivamente fatto privato. Questa è la mia opinione, checchè se ne dica. Non dire perchè “sennò sta brutto”, non fare perchè sennò la gente che pensa, non sentire perchè sennò ci si turba. Questo gioco delle tre scimmiette sembra ancora divertente.
Riporto la poesia che avrei dovuto leggere a Francavilla oggi.

IL SILENZIO DELLA POESIA

Dai quattro angoli di quattro piazze di questa terra

un silenzio quadrato

un solido platonico che ora si smussa

nel torpore. E corre ingombrato

dai neon, dalle porporine, dalle teste di plastilina,

dalla vigilia di quest’altro secolo.

 

Che verrà, e noi saremo ancora barricati

e misteriosi. Poeti sciancati, sgangherati, sgominati

dal più ruvido pentimento: aver lasciato nel silenzio

la più grande delle occasioni.

 

Balenavano i rossi delle bandiere; le schiere, in fotografia,

battevano le dita in pugno e fiere; ma dai nostri miasmi

intellettuali si leverà solo un ricordare. Noi non eravamo sessantotto,

sbeccati di sampietrini, furbi e innamorati, veloci più dei sentieri,

non eravamo nemmeno settantotto, con le lingue impastate

dal continuo denunciare.

Così fu, per quei binari, il silenzio. E tutto ora ci conduce ad un crampo

alle ginocchia, ad una sedia, a muro, le nostre spalle.

 

Così vogliono farci sapere che non vendiamo, vogliono farci dire

bravo a chi meglio si nasconde, a chi scrive di ore assolte

e di valigie e di violette.

 

Dai quattro angoli di quattro piazze di questa terra

una strofa, secca verità,

assomiglia a un ghirigoro senza padre,

al silenzio più crudele dentro al cuore.

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