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Finalmente è uscito il secondo tomo della rivista “Nel Verso” curata da Enrico Cerquiglini. E’ possibile scaricarla in formato pdf o acquistarla cliccando qui.

In questo numero è presente un mio articolo sulla poesia di Jaime Gil de Biedma, poeta barcellonese straordinariamente talentuoso che ha rivoluzionato la lirica spagnola del Dopoguerra. Lo riporto di seguito.

“Il gioco di fare versi (che però non è un gioco) di Jaime Gil de Biedma”.

 

Così rifletteva Gil de Biedma a proposito della sensibilità necessaria per lo scrivere versi “Con i sentimenti occorre essere imparziali, come con le percezioni. Di solito, i poeti credono che la poesia sia soprattutto una questione di sensibilità, sono soliti essere oltremodo dalla parte dei propri sentimenti. Io non credo che un poeta debba avere più sensibilità di quella che normalmente si trova in una qualsiasi persona colta del proprio Paese o epoca; quello che invece mi sembra importante è che questa sensibilità l’abbia meglio organizzata e sappia come funziona.” (in Conversaciones, Barcellona, El Aleph Editores, 2002).

La lirica di Jaime Gil de Biedma, intellettuale e poeta raffinato ed innovativo nella Spagna del Dopoguerra, muove essenzialmente dal controllo dell’atto dello scrivere, dalla ricerca della musicalità quale luogo e strumento di espressione, procedendo verso un progressivo distacco dalla cosiddetta poesia «realista» o «sociale».

Coscienza di una nuova tensione intellettuale e riflessione sul senso e sui luoghi della poesia dunque, per cercare di seguire le orme di poeti come Eliot, Auden e Baudelaire.

Jaime Gil de Biedma esordisce nel 1959 con il libro “Compañeros de viaje”, in una Barcellona che stava facendo da scenario al rinnovarsi della lirica spagnola, grazie a poeti come José Agustín Goytisolo o Gabriel Ferrater.

Ciò che colpisce di Gil de Biedma, oltre l’assoluto controllo sull’esperienza di vita, che viene filtrata, riletta, e ripresentata, come egli stesso sostiene (“la voce che parla nella poesia non ha altra realtà di quella che può avere un personaggio di un racconto, sebbene assomigli molto, molto a quella del proprio poeta”, in Conversaciones, cit.), è la continua esposizione alla ricerca, anche direttamente rivelata, di una disciplina dello scrivere, ricavata da un senso della misura e della musicalità, già perseguita dalla poesia inglese e francese.

Così “Moralidades”, pubblicato nel 1966, si chiude con una lirica dal titolo quanto mai esplicativo e programmatico: “El juego de hacer versos”, il gioco di scrivere versi. Un motivetto che il poeta tenta subito di correggere nei versi successivi “ – que no es un juego – es algo/ parecido en principio/ al placer solitario” ( – che non è un gioco – è qualcosa/ di simile in principio/al piacere solitario). E la poesia, anzi la Poesia “es un angel abstracto” (un angelo astratto) che lusinga e seduce. Ma l’arte, continua Gil de Biedma, l’arte, quella vera, è tutt’altra cosa: è “el resultado/ de mucha vocación/ y un poco de trabajo” (il risultato/ di molta vocazione e un po’ di lavoro).

Il poeta continua delineando il percorso della creazione, un percorso che ha un sapore esistenziale, cioè strettamente legato all’evoluzione dell’animo poetico nel corso della propria crescita “aprender a pensar/ en renglones contados/ – y no en los sentimientos/ con que nos exaltábamos -, tratar con el idioma/ como si fuera mágico/ es un buen ejercicio/ quel lega a emoborracharnos.” (imparare a pensare/ in versi misurati/ – e non ai sentimenti con i quali ci esaltavamo – / trattare la lingua come se fosse magica, /è un buon esercizio/ che arriva ad ubriacarci).

Il poeta nasce, eroico o antieroico che sia, dalla assoluta necessità di dare espressione ai propri sentimenti, ai propri moti interiori, che sono urgenti e passionali così come urgente è la vita, come Gil de Biedma stesso scrive in “Arte poética”(Compañeros de viaje, 1959): Es sin duda el momento de pensar/ que el hecho de estar vivo exige algo/ acaso heroicidades – o basta, simplemente/ alguna humilde cosa común/ cuya corteza de materia terreste/ tratar entre los dedos, con un poco de fe? / Palabras, por ejemplo.” (è senza dubbio il momento di pensare/ che il fatto di essere vivi esige qualcosa/ forse imprese eroiche – oppure basta, semplicemente/ una cosa umile, comune/ la cui corteccia di materia terrestre/ tenere tra le dita, con un po’ di fede? / Parole, per esempio.)

Tuttavia la poesia ha bisogno, ed è qui il punto di maggior contatto con il pensiero di Eliot, di un qualcosa di più del semplice fascino della sensibilità. Seguita Gil de Biedma in El juego de hacer versos: “luego está el instrumento/ en su punto afinado:/ la mejor poésia/ es el Verbo hecho tango” (poi lo strumento è/ accordato correttamente:/ la migliore poesia/ è il Verbo fatto tango.) La citazione biblica, in questo processo di accostamento del sacro al profano, suggerisce l’indissolubile relazione tra musica e parola, tra senso e di melodia. Struttura, controllo, melodia: sono queste le tre componenti che, secondo Gil de Biedma, “accordano lo strumento al punto giusto”, in un processo di maturazione poetica che muove dall’esigenza di esprimere la propria sensibilità sino alla totale disciplina della materia.

D’altra parte il poeta aveva già ampiamente sottolineato l’importanza del suono, affermando che la poesia poteva spiegarsi solo in termini musicali “il poema è assolutamente unità melodica perfetta, nella quale ogni verso ha un senso poetico soltanto nel punto in cui si trova e ha melodia soltanto in quel preciso contesto, di modo che, fuori da quest’ultimo, cesserebbe di avere un senso poetico” (Conversaciones, cit.).

A questo proposito vorrei riportare una lirica presente in Moralidades, dal titolo Albada, espressione dell’assoluto dominio della componente musicale nella scelta della parola poetica, quale strumento con cui, ed è questa l’occasione della lirica, sottolineare la spiazzante noiosità della vita. Mi avvarrò della traduzione di Giovanna Calabrò (“Le persone del verbo”, Giovanna Calabrò, a cura di, Liguri Editore, Napoli, 2000).

 

Albada

Despiértate. La cama está más fría

y las sábanas sucias en el suelo.

Por los montantes de la galería

       llega el amanecer

con su color de abrigo de entretiempo

       y liga de mujer.

 

Despiertáte pensando vagamente

que el portero de noche os ha llamado.

Y escucha en el silencio: sucediéndose

hacia lo lejos, se oyen enronquecer

los tranvías que llevan al trabajo.

       Es el amanecer.

 

Irán amontonándose las flores

cortadas, en los puestos del las Ramblas

y silbarán los pájaros – cabrones –

desde los plátanos, mientras que ven volver

la negra humanidad que va a la cama

       después de amanecer.

 

Acuérdate del cuarto en que has dormido.

Entierra la cabeza en las almohadas,

sintiendo aún la irritación y el frío

       que da el amanecer

junto al cuerpo que tanto nos gustaba,

       en la noche de ayer,

 

y piensa en que debieses levantarte.

Piensa en la casa todavía oscura

donde entrarás para cambiar de traje,

y en la oficina, con sueño que vencer,

y en muchas otras cosas que se anuncian

      desde el amanecer.

 

Aunque a tu lado escuches el susurro

de otra respiración. Aunque tú busques

el poco de calor entre sus muslos

medio dormido, que empieza a estremecer.

Aunque el amor no deje de ser dulce

     hecho al amanecer.

 

 

– Junto al cuerpo que anoche me gustaba

tanto desnudo, déjame que encienda

la luz para besarse cara a cara,

        en el amanecer.

Porque conozco el día que me espera,

     y no por el placer. 

     

Canto dell’alba. (traduzione Giovanna Calabrò)

 

Svegliati. Il letto è più freddo

e le lenzuola sporche a terra.

Dai vetri della veranda

         appare l’alba,

col suo colore di soprabito autunnale

       e giarrettiera di donna.

 

Svegliati pensando vagamente

che il portiere di notte vi ha chiamato.

E ascolta nel silenzio: in lontananza

s’odono sferragliare ripetutamente

i tram che portano al lavoro.

      E’ l’alba.

 

Si andranno accumulando i fiori

recisi, nei chioschi delle Ramblas,

e canteranno gli uccelli – quei cornuti –

dall’alto dei platani, guardando

la triste umanità che va a letto

      quando è già l’alba.

 

Ricordati la stanza in cui hai dormito.

Affonda la testa nei cuscini,

riprovando l’irritazione e il freddo

      che fa sentire l’alba

vicino al corpo che ci piaceva tanto

      ieri notte,

 

e pensa che dovresti alzarti.

Pensa alla casa ancora buia

dove entrerai per cambiarti di abito,

e all’ufficio, col sonno da vincere,

e alle molte altre cose che s’annunziano

      fino dall’alba.

 

Anche se accanto a te senti il sussurro

d’un altro respiro. Anche se cerchi

quel poco di calore tra le sue cosce

mezzo addormentato, rabbrividendo.

Anche se l’amore non è meno dolce

     fatto all’alba.

 

– Vicino al corpo che ieri sera mi piaceva

tanto nudo, lasciami accendere

la luce per guardarci e darci un bacio,

      all’alba.

Perché so il giorno che mi aspetta,

     e non per il piacere.

 

 

FRANCESCO ACCATTOLI

 

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