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Rarefazione e cinesi. Sono questi i due aspetti notevoli, e nuovi, delle recenti tele di Federica Amichetti. Se già nella serie delle “Vertigini” avevamo dovuto fare a meno delle radici e dei contesti, concentrando i sensi sul moto vorticoso degli alberi, le nuove tele riducono ancora al minimo la percezione dell’ambiente naturale.

Il legno ora si piega in curve sinuose, tracciate come un’unica pennellata, o si apre in spazi di mano, solida, ancestrale, rigata da un rosso che, resina o sangue, ritorna con costanza ad arricchire una varietà cromatica minimale. 022.jpg

Prospettive differenti, angolature da occhi umani, o da cinematografie sperimentali. Così un tronco si piazza solido (lo immaginiamo, giacché, come accennato, le radici scompaiono in una nebbia lattiginosa) e lo vediamo dall’alto: sfugge, ai suoi piedi, un corpo veloce, di cui resta solo la scia, anch’essa venata di rosso, appena appena.

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Come a dire che gli alberi restano, mentre il reale fugge. Progresso della civiltà contro la saggezza tutta inchiodata del bosco. E se la velocità raggiunge quote elevate, il rischio è quello di graffiarsi, di perdere aderenza, di lasciare tracce di sangue (o di cuore?) a segnare il passaggio, il contatto.

Coltre vertiginosa, ora ne vediamo la commistione di luce ed aria attorno, dimenarsi e contorcersi per assecondare l’effetto ieratico della chiome. Gli alberi s’intravedono attraverso il movimento continuo della luce che filtra nel fitto dei rami.

01.jpg Ora il bosco sembra non partecipare più in prima persona ad annientare la stabilità della percezione. Ci si perde ancora, ma l’ansietà, come sempre, è tutta dell’uomo.

Salvo rivolgersi ad un placido quadretto nebbioso che, per posture e particolari, richiama alla mente i giardini di una certa pittura giapponese, quella che fece godere l’Europa di fine Ottocento.

04.jpg C’è un gusto meticoloso nello spruzzare i rami di gruppetti di foglie, nel decorare l’assenza. Ed il moto, liquido ed in primo piano, del legno trascende la materia, e con essa la natura. Sinuosità di strada, di lingua, di andare, senza un punto di partenza (oramai ne siamo abituati), ma questa volta neppure di arrivo. Sopra, lo sappiamo, c’è solo il cielo. Attorno è alba e nebbia. Ma lo sguardo non si ferma, è troppo umana la tentazione di prolungare la fuga.

 

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