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Era il novembre del 2002, per la prima volta avevo vinto un premio letterario, importante, come quello di Minturnae. Ero arrivato terzo nella sezione giovani, a classificarsi al primo posto fu un altro giovane poeta marchigiano: Enrico Piergallini. Ci conoscemmo quel pomeriggio, restammo tutta la notte a parlare con Vito Riviello di poesia e di politica. Ci scambiammo i numeri di telefono. Da quel giorno Enrico è diventato un punto di riferimento, un amico sincero, prima che un grandissimo esperto di poesia del Novecento. Le nostre strade si sono incrociate varie volte, anche e soprattutto fuori dall’ambiente letterario. Ricordo che fu grazie a lui che seppi dell’esame d’ammissione alla SSIS di Macerata, lui l’aveva appena terminata. In un certo senso se oggi sono un insegnante lo devo a lui, altrimenti starei barcamenandomi tra lavoretti e call center. Ci sentiamo poco, lui oltre che un ottimo insegnante, è il validissimo Assessore alla Cultura del Comune di Grottammare, di tempo ne abbiamo poco entrambi. Ma c’è una costante, un pensiero ricorrente che non lascia spazio a ripensamenti, a personalismi, a invidie o atteggiamenti divistici: ogni volta che ci ritroviamo, mi sento bene. Una sera di un’estate di qualche anno fa, mi trovavo in un baretto del Monte Conero a prendere un poco di fresco, a bermi una birra e a scrivere sul mio taccuino. Decisi di scrivergli, di comunicargli i miei pensieri, nella maniera che ad entrambi forse viene più naturale, quella della poesia.

Caro Enrico, sono tornato da Barcellona, con un libro nuovo in mano, un libro in cui ho messo carne e sangue e anima e occhi per vedere, eppure ho ritrovato lo stesso mondo di qualche anno fa. La cortigianeria, l’adulazione non mi appartengono, e faccio fatica a sopportarne il peso. Quello che ti scrissi in quella sera d’estate del 2003 ancora vale, e vale di più se pensi che inevitabilmente siamo cresciuti e dovremmo aver imparato ad ascoltare e a condividere, invece di giudicare ed escludere. Mi rimane la gioia di saperti persona sempre attenta ed umana.

Ci rivedremo ad Ancona, nel mese di marzo.

Un caro saluto

 

                            Ad Enrico Piergallini
Ho letto attentamente
ed infinite volte
una parola,
rotta, frantumante il verso,
la dissoluzione prendere
la mano dei boriosi
e dei lacché.
 
Ah, potessi masticarti
ancora dentro,
fiutare le attese tra la nebbia
dei giardini,
intonare le sillabe
con presunzione.
 
Simbolismi.
 
Tutto evade e intride
come passando.
 
Tutto leggiamo con arroganza,
conoscitori di chiglie,
le sigarette al tabacco
hanno retrogusti di polvere.
 
Vivacità cangiante,
oltre il linguaggio ordinario,
o dei poeti scassati;
 
un movimento sicuro
della polso
ci accetta.
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