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Giovedì 6 marzo in pochi (ma buoni) abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dal vivo quello che considero senza alcun dubbio il migliore cantautore italiano contemporaneo: Paolo Benvegnù.

Il 14 febbraio è uscito il suo secondo lavoro da solista, dal titolo “Le labbra”. Un disco straordinariamente maturo, inattaccabile, emozionante, consapevole, comunicativo, qualitativamente eccellente. Non starò ora a parlare delle canzoni che lo compongono, magari lo farò in un altro post, prossimamente.

Quello che vorrei sottolineare è la grande performance cui abbiamo assistito all’On Stage di Castelfidardo. Non ci sono stati momenti di tregua, emotiva e musicale, il cuore, il nostro cuore, è stato rapito, sbattuto a terra e rialzato soavemente. Paolo non si è risparmiato, come sempre, e la sua esecuzione è stata viva, carne e sangue, come direbbe lui. Forse non siamo più abituati ad artisti del genere. Troppo spesso i cantanti scrivono attorno alle parole, rigirano quelle solite frasette ad effetto, e della vita non v’è traccia. Paolo Benvegnù è un artista, gli altri sono mercanti di musica.

Fuori batteva una pioggia insistente, monotona, dispettosa. All’On Stage, che ha lavorato sapientemente assieme al Thermos di Ancona, eravamo sicuramente troppo pochi visto il grande spettacolo che veniva proposto. Sarà stato che era di giovedì, sarà stata la pioggia.

Però un po’ mi sono girate, perchè conosco la mia terra, conosco la gente che frequenta i localini “ini ini”, quelli dove ancora la musica trova spazio. E qui arrivo al nomadismo culturale citato nel titolo del post: ipocrisia e chiusura sono le due parole che mi vengono in mente in questo momento. Ho aspetto due giorni prima di scrivere questo post, per vedere se la mia prosa potesse riequilibrarsi e trovare serenità di giudizio, ma mi resta davvero difficile. Di persone “amiche” di Paolo ne conosco tante, sedicenti amici; di persone che curano il vezzo della musica particolare e di nicchia, di persone che sorseggiano negroni e americani e parlano di Architecture in Helsinki (si scrive così? non c’ho voglia di cercare in google…) e di Baustelle ne conosco altrettante. Eppure delle facce note, quelle che incontro da anni nelle scene indie, nessuna traccia. Vabbè la pioggia, vabbè il giovedì, ma prendere la macchina e godersi un concerto e a mezzanotte tutti a nanna, non ci voleva molto. Però era a Castelfidardo e non ad Osimo o ad Ancona. Ah, allora…

Signori, ci si coltiva l’orticello bene bene, con spocchia, presunzione, saccenza; si giudica a priori, si scarta a priori. E la situazione per chi suona non cambia. Oramai noi musicisti della zona ci si riconosce da almeno un decennio, i locali frequentati sono sempre quelli (mica siamo a Londra), eppure ancora non ci si parla, si preferisce fare i finti tonti, fare finta di non essersi mai incontrati, ascoltati, mai essersi seduti (come mi è sovente accaduto) allo stesso tavolo a mangiare lo stesso cibo. Potenza della provincia.

Ringrazio pubblicamente Giampiero Bartolini dell’On Stage per l’ottimo lavoro che sta facendo di sensibilizzazione alla cultura, quella con la “c” maiuscola, per la sua città, per noi che amiamo il suo locale e la sua linea di pensiero, per quelli che hanno voglia di confrontarsi. L’On Stage è un cantiere aperto, un laboratorio dove tutto accade, persino di riuscire a parlare con qualcuno e, pensate un po’, sentirsi anche dare una risposta interessata e cordiale.

Osimo continuerà a razzolare nella sua aia, Ancona è tentacolare nel suo essere metropoli.

Un benvenuto a tutti all’On Stage di Castelfidardo!

 

 

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