Tag

,

Mi è capitato di rado di imbattermi in un disco che suonasse completo, dalla prima all’ultima traccia, dove non ci fossero dei momenti di noia, delle cadute di stile, per il quale l’ascolto fosse zoppicante.

L’ultimo lavoro di Paolo Benvegnù, “Le Labbra”, entra di diritto nel gota di queste perle assolute, confermando quanto già di straordinario aveva espresso il precedente “Piccoli fragilissimi film”.

Non sono affatto d’accordo con la lettura, a mio avviso semplicistica, di un disco fondato tutto sull’amore, nelle sue più ampie declinazioni. E lasciamo stare per cortesia il discorso dell’ipersensibilismo, del quale Paolo Benvegnù sarebbe – a detta degli altri giornalisti – il padre putativo. “Le labbra” è un disco che parla dell’uomo, dell’essere, nelle sue zone di fragilità, ma anche di una crudeltà che diventa antagonista dell’animo poetico. Vi sono riferimenti all’attualità, e cioè alle dinamiche del vivere contemporaneo, che non possono essere ridotte soltanto alla sfera sentimentale e amorosa. Brani come “Interno notte” (dissociazione o prostituzione? Comunque davvero un esempio altissimo di scrittura, sia di versi che di musica), come “La peste”, trascinante e travolgente negli arrangiamenti e nelle armonie, o “Sintesi di un modello matematico” (naturale proseguo de “Il sentimento delle cose” del disco precedente) hanno in sé uno sguardo che prescinde inevitabilmente dal microcosmo di ciascuno di noi.

Ma l’amore non poteva di certo mancare e Paolo Benvegnù sa modulare la tematica accostando toni soffusi (“Cinque Secondi”) a ballate solari (“1784”), graffiare la propria voce ed il cuore dell’ascoltatore (“Amore Santo e Blasfemo”), ed illuminare – intelletto e anima – con quella che considero in assoluto il brano più emozionante del disco, “Il nemico”: un ritornello trasportato da archi, soave, incastonato in strofe acuminate e musicalmente incalzanti. La scrittura di Paolo Benvegnù si fa di giorno in giorno più matura, consapevole e ricca di sfumature: le liriche sanno tutto dell’emozione e di come al tempo stesso si possa fare letteratura, filosofia e poesia; gli arrangiamenti ora non cedono più il passo a sperimentazioni ardite, le canzoni, più tradizionalmente concepite, o suonate, hanno una solidità, una quadratura – anche laddove continui la sperimentazione – che non consentono momenti di stanca nell’ascolto.

Volutamente non trascriverò stralci di liriche, perché questo di Paolo Benvegnù è un disco da vivere, e poi da ricordare, e poi da rivivere con la consapevolezza che la fragilità non è debolezza, e che silenzi e poesie valgono molto più della mediocrità del presente. Al momento, in Italia, non credo ci siano cantautori di questo spessore: i vecchi non fanno che ripetersi, i nuovi non hanno ancora trovato il coraggio di guardarsi allo specchio, senza alibi.

Annunci