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I Surrealisti amavano citare, come fonte della loro ispirazione, il poeta francese Lautreamont, quel “bello come l’incontro fortuito, su di un tavolo anatomico, di una macchina da cucire e di un ombrello” stabiliva l’irrinunciabilità del ricorso ad operazioni di giustapposizione libera di immagini e concetti.
In poesia, la pratica della scrittura automatica ha purtroppo corso il rischio di essere considerata, il più delle volte, come il frutto di un’adolescenziale acerbità, ancor più nei riguardi di giovani scrittori. Eppure, così come la metodica surrealista insegnava, il lavoro di composizione, senza i freni della razionalità, permette di consegnare al pubblico risultati che vanno oltre la mediocre rappresentazione del diagramma esistenziale dell’artista, giungendo nel territorio più impervio, quello dell’analogia.
In questo senso Luciana Manco, giovane poetessa salentina, vincitrice di importanti premi come quello della giuria popolare al concorso “Coriandoli 2006” (organizzato dalla Fondazione Enrico Mattei e da Fonopoli)e presente in varie antologie (“Radiografie”, Lupo Editore, 2008, e nel volume del premio “Giuseppe Longhi 2008”), non deve cadere vittima di quel pregiudizio secondo cui la scrittura automatica è sinonimo di inettitudine, e questo in ragione della potenza delle sue immagini e delle scelte lessicali, mediante le quali tesse relazioni che oltrepassano il mero gioco del racconto esistenziale per approdare ad una più cangiante ricerca del dialogo con il lettore. L’analogia è fortissima in Luciana Manco, così come tutto ciò che appartiene alle figure di significato. Le parole, in un vortice di accostamenti, determinano il ritmo interiore della lettura, la profondità della comunicazione, che arriva sino ai recessi del pensiero, della psiche e del sacro. Luciana Manco predilige una narrazione paratattica, dove il verso è mondo compiuto – e non finito – e dove la punteggiatura, per scelta ben ponderata, s’affida quasi esclusivamente alla pausa fortissima, il punto. Segno di una paratia certa, di una sponda sicura, lontano dalla vertigine dell’enjambement. Eppure, tra un capoverso ed il successivo punto, la poetessa salentina stupisce, ammalia, affascina, abbacina il lettore, lo costringe a continui sforzi di ricomposizione semantica, lo conduce verso sentieri disorientanti. Il mondo c’è, la realtà esiste, riconoscibile seppure nella sua trasfigurazione: “piccoli tunnel di culle di boccioli e latte di rugiada sono mare a destra, in righe di quaderno. La prima parola, tracciata nella terra. Vieni mezzogiorno a schiacciare di luce le altezze” (Mezzogiorno), ed ancora “tremavano le falci, nell’urlo delle ventiquattro spighe del giorno” (La mia).
Si avverte l’eco dei versi di Emily Dickinson, la stessa struggente ricerca del dialogo con il fuori, con ciò che vive e si muove. Anche in Luciana Manco esiste un tu di riferimento. Difficile stabilirne la natura, se di amante o di alter ego, comunque presenza stabile, incarnata: “mentre tocchi i miei palmi di viole e vene verdi. Sulla tua bocca gocciola dell’acacia il pianto. Così parlavi dondolando i piedi fuori dal mondo.” (Mezzogiorno), e poi “Mordevi le nocche rotte di parole e porte chiuse. Mi aspettavi. Mi hai disegnato un abito di carta rossa di caramella.” (La mia), ed ancora “Sai che nei tuoi piedi c’è la rincorsa e il salto a vuoto.” (Sì).
Il gioco delle relazioni continua costante, la poesia di Luciana Manco non si autocelebra né si raggomitola su se stessa, è sfida al mondo sentito ingrato. Si domanda la poetessa “Se le mie mani toccano soldi, con cosa toccherò il mio cibo?” (Il personaggio), la risposta non tarda ad arrivare: “Maledetto è il mondo dei passi in ferrovie di obblighi. Maledetto è il vuoto accanto al viso degli amanti.”. L’illusione fa parte della natura dell’uomo, così come il paradosso (“L’immortalità è nel guanto dell’assassino.”), crudamente rivelato perché non possano sorgere comodi alibi. Non c’è indulgenza verso la leggerezza, che è “sabbia di dolore” e si nutre di apparenze, di giri a vuoto (“correndo intorno al niente posizionando mondi”), e di inutili approdi: “Ascolto il disagio della rondine e del gabbiano. Per avere ali ad uncino che strappano cieli. Che appigliano nuvole e restituiscono neve ad agosto. Cinque sensi. E cinque direzioni. Per disegnare frecce e scordare bersagli.” (Sì).
Sebbene Luciana Manco sveli il suo percorso mediante l’azzardo dell’analogia, l’oggetto della sua narrazione è estremamente materico, non c’è spazio per voli fantasiosi, per l’ingenuità recitata secondo un copione. Ed anche cioè che attiene al sacro subisce questo processo di concretizzazione, Cristo è figura reale di confronto: “Toccavo le tue tempie come toccare di Cristo il ventre.” ed ancora “Sei il santo che storpia la luna. La prostituta che ingoia le stelle. Il pianto che slaccia il vento. L’amante di Giuda sul letto.” (Sono io). Non si tratta di una blasfemia sensazionalistica che sfrutta le suggestioni dell’antinomia tra sacro e profano, la tensione spirituale della poetessa salentina è vera, si fa palese ed accetta la sua condizione “Sotto il silenzio di un chiesa ferma. Gettata contro il tempo. Al contrario. Scagliata contro Cristo. Io non lo vedo.” (Il personaggio). Ciò non significa la negazione del divino – qui rappresentato mediante l’iconografia della cultura cristiana – semmai la presa di coscienza di un rapporto, per il momento, non conciliabile.
Ma Luciana Manco sa essere anche estremamente tenera, lirica per così dire, accettando nei suoi componimenti la presenza dell’amore, che non sosta mai mieloso nei versi, ma è sincero e tenace sino all’inverosimile, “di quell’amore che non potrò provare io voglio amare”, scrive in “La mia”, e la chiusura de componimento non lascia scampo all’emozione: “e ti ho amato una lunghissima notte di mille anni fa fra mille altre notti la mia.”

Recensione apparsa in “La Poesia e Lo Spirito” – 27 luglio 2008

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