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Le Olimpiadi di Pechino si sono appena concluse, la compagine italiana – tra delusioni cocenti ed emozionanti sorprese – ha saputo ritagliarsi un posto di grande spessore nel medagliere olimpico. Sono 28 i metalli che riportiamo a casa, con orgoglio, giocando pulito, dimostrando – spesso è accaduto – di essere più forti degli arbirtri, dei giudici, della sfiga stessa.

Se ripenso al periodo precedente la partenza della squadra azzurra, ai cori inneggianti al boicottaggio, un poco mi viene da sorridere. Un atleta sputa il sangue per quattro anni, poi che fa, deve rinunciare al sogno di una medaglia al collo? Ridicolo. A perderci sarebbe solo e soltanto lui, ai politici non importa nulla se un maratoneta, un lanciatore del disco, un tuffatore, se ne resta a casa per protesta. Costituirebbe davvero un paradosso grottesco. Quello che si sarebbe dovuto fare – è questa la mia ferma opinione – è esattamente quello che i nostri atleti più combattivi poi hanno fatto: insegnare a tutti – ed in primis agli italiani –  cosa vuol dire stare al mondo, ricercando sempre la dignità della vita.

I pugili azzurri candidamente – con tanto di medaglia al collo – affermano che utilizzeranno i proventi delle loro vittorie per finire di pagare il mutuo della casa, la nostra Elisa Rigaudo, terza nella marcia femminile, ringrazia il suo paese per il sostegno – anche economico – che le ha offerto nel periodo di preparazione, perchè l’atletica non ha i danari dei grandi sport, dice lei. Cammarelle, oro nel pugilato, preferisce rimanere nella categoria dilettanti, e non fare il salto nei professionisti, perchè dice che la sua vita è già piena di soddisfazioni così com’è.

Beh, signori, se questa non è un insegnamento etico allo stato puro, allora davvero viviamo nel più becero dei relativismi.

Ripenso a quelle fighette dei calciatori, che puntano i piedi perchè la società non ha intenzione di svenarsi ulteriormente e ritoccare loro un contratto che è già plurimilionario. Che non conoscono la gente comune perchè oramai vivono tra privè, beauty farm, billionaires, coste smeralde, e se la tirano, se la prendono contro il popolo che chiede loro una foto o un autografo – sapendo benissimo che senza il popolo ai loro piedi sarebbero delle nullità. Calciatori giovani, con un’istruzione media da far rabbrividire, inconsapevoli dell’esistenza non soltanto del congiuntivo e della consecutio temporum, ma spesso della possibilità di pensieri alti, garbati, sensibili. Il nostro pugile Russo, la Josefa Idem, la grande Giovanna Trillini: ho ascoltato le loro interviste, ho gustato le loro parole intelligenti, corrette, profonde. Hanno parlato di cuore, di sacrifici, della bellezza della vita cosiddetta comune, quella che non regala lustrini e coriandoli tutti i santi giorni, dell’essere uomini – nel senso di esseri umani – il che prevede l’amore per gli affetti, per la propria disciplina, per la correttezza e il decoro, per la fatica.

Si dice spesso che un povero che diventa ricco si comporta in maniera peggiore di chi ricco già ci è nato. Sempre che per ricchezza uno intenda soltanto i danari. La notorietà – prerogativa ineluttabile dell’aspirante calciatore – se non è metabolizzata e filtrata da un cervello brillante, se non è inserita in un percorso educativo che trae origine dalla propria storia familiare, dai valori che lo sport dovrebbe insegnare, diventa sgradevole riproposizione degli stessi schemi, delle stesse superficialità, sino a condizionare l’opinione pubblica, il sentire comune.

Da professore ho potuto riscontrare i danni che il pianeta-calcio sta creando sugli adolescenti, i falsi miti che professa: basta sorridere e dire banalità per essere accettati, il pensiero intelligente è bandito. Il calciatore può permettersi una vita da nababbo, l’operaio deve coprirsi di rateizzazioni per assaporare l’un per cento di quel tipo di comodità. Eppure sembra non importargli, all’operaio.

Prendiamo Formentera, o Milano Marittima. Da quando sono diventate mete di calciatori, veline e attricette, hanno decuplicato il loro afflusso turistico: udite udite, esiste anche Formentera! E prima?

La questione non è passare le vacanze in una località con la speranza di incontrare il proprio idolo, quanto più sentirsi glamour per avere speso le proprie settimane di ferie nello stesso posto del calciatore da copertina, l’impressione-illusione di avere le stesse abitudini, di fare – seppur brevissimamente – la stessa vita, avere gli stessi gusti.

Ed allora, le gesta dei nostri campioni olimpici – e sottolineo olimpici – assieme alle loro parole, che posto possono occupare in un panorama di così grande squallore umano? Non è una domanda retorica, è un brivido di paura lungo la schiena.

La Rai in questo potrebbe avere un compito decisivo, riproponendo, magari ogni tanto, stralci delle storie di questi atleti straordinari, facendo riecheggiare le loro parole.

Ho provato ad immaginarmi i nostri giovani della nazionale di calcio nel villaggio olimpico, a Casa Italia, incrociare lo sguardo con dei veri uomini e dei veri campioni, gente che vince a livello planetario da anni, gente che poi se ne ritorna alla vita vera con la medesima dignità e il medesimo orgoglio. Non credo sia stato un bel sentire. Io, al loro posto, un poco di magone allo stomaco lo avrei provato.

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