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Prendo spunto dal titolo di un libro di Gabriel Garcia Marquez per provare a parlare in maniera il meno emotiva possibile del tabagismo e dei suoi effetti sull’esistenza del fumatore tipo. Ho appena preso la decisione di smettere, ho appena terminato la lettura del libro di Allen Carr “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo”, testo che ho comprato questo inverno e al quale ho riservato i recessi della mia piccola biblioteca nella stanza da letto, convinto che fosse una di quelle cagate new age in perfetto stile americano. Poi però ne ho risentito parlare da parte di amici, di persone di cui mi fido, così mi sono messo a leggerlo con molta attenzione. E mi ha aiutato, per lo meno sento che mi ha accompagnato in un passo decisivo per la mia vita.

Così ho iniziato a scartabellare tra le mie vecchie foto (il collage che ho inserito raccoglie alcuni scatti presi nel 2002, quando uscì “Come acqua che riposa…”), tra le mie poesie, ho scoperto quanto fossi legato alle sigarette, sia in termini concreti – ho sempre avuto vorticose impennate e discese improvvise nel conto delle cicche a fine giornata – sia in termini più strettamente romantici e, per così dire, letterari.

Non c’era un momento creativo che non fosse accompagnato da una buona dose di catrame e nicotina. Ho deciso quindi di esorcizzare/ironizzare sulla mia recente dipendenza dalla nicotina riportando quanto ho prodotto sotto controllo delle sigarette.

Ho scelto una poesia che ho sempre sentito mia fino in fondo. Ricordo perfettamente dove, come e quando l’ho scritta: ero a Cork, dalla mia Delphine, nella sua cucina, con il gomito appoggiato sul tavolo a reggere la testa, tra le dita della mano protesa sulla fronte stava l’ennesima sigaretta della giornata, nell’altra mano la penna, a scrivere quello che stava accadendo –  hic et nunc. Questa lirica è presente in Miroir (scaricabile in pdf nella sezione “Scritto in poesia”).

La calma
nel sentiero del battito;

la mano tremula
sotto il peso del tabacco;

le gambe annodate
perché il filo del niente
m’attraversa.

Quello della dipendenza da nicotina non è un fatto da sottovalutare, ho avuto modo di riflettere molto in questi giorni, di osservarmi e di osservare. E pensare, per un solo istante, non soltanto alle conseguenze in termini di salute derivanti dal fumare,  ma all’impatto, a livello economico, che le multinazionali del tabacco hanno sulla società. E un po’ mi viene da sorridere ripensando alle innumerevoli serate passate in quei locali che ci fanno sentire tanto ye ye e tanto intellettuali radical chic, quelli dove c’è gente di sinistra, dove ci sono dibattiti e incontri, la musica non è mai commerciale/banale, dove, in realtà, l’unico pensiero delle ragazze è dedicato a come scegliere il fermacapelli etnico per poi abbinarlo alla borsetta etnica,  alla gonna gitana, a quello sguardo da “l’utero è mio e me lo gestisco io (…mumble mumble….ma cos’è l’utero?)”.
Mi viene da sorridere amaro perchè in quei posti lì, dalla oramai commercialissima bisaccia in canapa/cuoio esce di solito un malloppetto consistente in: tabacco sciolto delle solite marche, cartine, sacchettino con i filtrini. Un giorno domandai ad una di queste novelle Giovanna D’Arco perchè spendesse tutto quel tempo a rollarsi una sigaretta quando avrebbe potuto godere di maggiori comfort comprandosi un comune pacchetto di sigarette: la risposta fu che quel tabacco “era meno trattato”, era “più puro”.

A parte che il tabacco di per sè è un veleno, ma poi questa gente che si crede, che dietro quelle solite due o tre marche di trinciato sfuso non ci siano le altrettanto solite multinazionali? Che i produttori delle buste di tabacco sciolto siano dei piccoli artigiani che annaffiano le piante con acqua di sorgente e raccolgono le foglie solo con la luna piena e le custodiscano su tavole di acero? Ed ancora: molti si professano vegetariani, salutisti, equosolidali, e poi fumano come ciminiere –  però fumano “più puro”…

La solita, maledettissima moda: il mio caro amico e compagno Salvatore mi spiegò un giorno quanto sia possibile essere alternativi “commercialmente”. Il tranello è sempre lo stesso: c’è già chi ha deciso/stabilito il percorso da poter scegliere, sia per i tipi da maglietta rosa e pantaloni bianchi che per quelli da sandalo e lino. E’ tutto un gioco, un trasformismo, un essere derivante dall’utilizzare, neanche più dall’apparire. Utilizzare. Se fumo e sono di sinistra non posso comprare un pacchetto di sigarette, stonerebbe con tutti quegli orpelli che sto “utilizzando” per sembrare adeguatamente intelligente ed uniformarmi alla grande massa degli alternativi.

Ma se invece di appestare se stessi e gli altri, cari compagni fricchettoni, non decidessimo (io l’ho già deciso in realtà) di smettere di fumare e metterlo in quel posto alle multinazionali del tabacco?

E’ questione di coerenza: non si può boicottare questa o quella multinazionale perchè finanzia progetti a noi sgradevoli, contro i diritti fondamentali dell’uomo, e poi intrattenere un simpatico rapportino quotidiano con il nostro tabaccaio di fiducia che ci vende sigarette prodotte da una ditta che a sua volta fa parte della grande multinazionale che nel frattempo stiamo boicottando.

Cari amici radical chic, amici cari di bevute e musica “giusta”, perchè non provare a rifletterci sopra?


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