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Piccolo supermercato di paese. Sabato mattina, gente vera, gente del popolo, diremmo noi di sinistra. Eppure un fastidio, un senso – tra l’altro malcelato – di indefinibile inadeguatezza e di biasimo. Troppe le parole ordinarie, troppe le spinte, le prepotenze, le incurie. Mentre me ne stavo ritto come un fuso, alle casse, l’illuminazione. Io, solo con un limone in una mano e con tre monete nell’altra. Davanti a me, e attorno a me, floride signore dai carrelli pieni mi scrutano, mi vedono, ne sono certo. Nessuna mossa, nessuna gentile proposta di avanzare, di precederle, di passare loro avanti. Io con un limone in mano. Loro con la spesa della settimana. Sguardi muti e ignoranti, ma ignoranti di educazione. Quella che dovrebbe spingere a cedere il posto a sedere ad un anziano, o ad una donna incinta, quella che dovrebbe far parcheggiare lungo la strada e non sui marciapiedi, o meglio sui piedi dei passanti, quella che dovrebbe far pensare a cosa voglia dire non parlare la propria lingua, non stare nel proprio paese e per giunta avere dei vicini trogloditi e spietati che insultano ed emarginano, e poi fanno la comunione la domenica in chiesa.

In quei lunghi minuti di solitudine rabbiosa alle casse, mi sono guardato intorno, ho cercato di vedere che gente mi stesse accanto, quale popolo, quale facies, che umanità mi circondasse.

Ho pensato a Gramsci, alla sua voglia di insegnare al popolo, di far crescere culturalmente la gente, per una collettività migliore, più consapevole. Mi sono guardato intorno, ho pensato al mio amico Salvatore, alle lunghe chiacchierate, tra una nota al sax e un bicchiere di birra, a proposito di una società che non riusciamo a capire, o per lo meno a sentire nostra. Ma qui non c’entra la destra o la sinistra, Almirante o Berlinguer. A questo punto la desolazione è tutta umana, figlia e madre di quel grettume di provincia.

La pillola non si è mai addolcita, ho sentito, giorni fa, dalla bocca di una giovane intellettuale, parlare dei meridionali come se fossimo ancora negli anni Settanta, con quel disprezzo che ora, ingenuamente, ritenevo fosse destinato esclusivamente agli extracomunitari.

Così, uscendo dal supermercato, scosso da tanta fibrillazione, ho respirato un poco più leggero, pensando che, in fondo, cinquanta anni di Democrazia Cristiana non sono stati un’egemonia, una tirannide imposta, ma la naturale conseguenza della matrice culturale della provincia italiana, ed ho percepito la solita questione – ah, se c’eravamo noi, la mentalità delle persone sarebbe stato diversa, più aperta – da un altro punto di vista: per fortuna che non c’eravamo noi, sennò che faticaccia!

Ed anche le veline, le letterine, i lampadati a settembre, i SUV nei centri storici, i semafori truffaldini, i parcheggi sotto casa ma a pagamento, i musei chiusi, le biblioteche chiuse, le multisala con l’aria condizionata perenne, la fila al botteghino per l’ultima stronzata hollywoodiana e il deserto per il vincitore del Leone d’Oro a Venezia, i pranzi di pesce quando c’è il fermo-pesca ed è tutto chiaramente surgelato e maleodorante: tutto appartiene alla naturalità, a quel preciso sentimento che orienta il gusto e ne fa un canone, seriale, ripetuto, così da essere meglio introiettato, a sua volta, dal popolo largo.

Che sfugge – ed è giusto puntualizzarlo – alla romantica visione comunista. Non è popolo solo quello che dalle fabbriche, dalle agenzie di lavoro interinale, dalle scuole e dalle impalcature segue idee ed istanze di sinistra. Che non si corra il rischio di cadere in quell’equivoco sottile di considerare solo chi è simile, rigettando il distante o il diverso. E’ proletariato anche quello della casalinga che segue le telenovelas, che compra vestiti uguali a quelli di mille altre persone del paese, che va alla Messa la domenica perché sta bene e perché non si sa mai (è pacifico che la fede necessiti di ben altre motivazioni); è proletariato anche quello dell’operaio che spende la sua misera paga tra aperitivi, rate della cabrio e vestiti firmati, che firma cambiali per viaggiare alle Maldive. Non ci sono proletari di seria A e di serie B, non ci sono proletari più proletari degli altri. E’ il solito limite della Sinistra, il pensarlo. Elio Vittorini diceva che è più genere umano il genere umano dei morti di fame, ma quella è un’altra storia.

Esiste invece l’evoluzione della specie. Così come in natura, nella fauna e nella flora, anche per la società e dentro la società esiste una progressiva evoluzione, alla quale, negli anni addietro, è stato appiccicato erroneamente il sinonimo di emancipazione. L’atto di emanciparsi prevede che ci sia una situazione generale, cui consapevolmente l’essere umano scelga di non aderire. L’evoluzione, al contrario, prescinde dal controllo decisionale, è spinta che rinnova la coscienza di sé, che promuove una sempre più chiara autonomia della ragione e dell’espressione, che passa attraverso canali di tirocinio alle volte anche in contrasto tra di loro (pensiamo all’antinomia fede-ragione), ma pur sempre efficaci.

Sapere cosa è meglio per noi, che cosa ci tranquillizza e ci conforta, aiuta a pensare all’altro non come una minaccia, un corpo estraneo nel nostro organismo, ma come un’entità che si muove con bisogni del tutto umani. Riduce cioè il rischio di orinare a terra per marcare il territorio.

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