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La presentazione di un libro di poesia è un evento di straordinaria intensità, un’epifania che di per sé già dovrebbe dare un senso alla giornata, al vivere, all’esserci. Ho sempre amato le presentazioni dei libri, assomiglia un poco a quel gesto ancestrale che consiste nell’esposizione alla comunità del proprio neonato da parte del capofamiglia: è il momento delle responsabilità, verso se stessi e verso gli altri.
Venerdì 9 gennaio sono stato invitato alla presentazione de “La vasca” di Alessio Alessandrini, libro affascinante e vero, poesia di qualità che ho sempre avuto timore di recensire, quasi per paura di guastarne la bellezza.

L’incontro era stato organizzato al Punto Einaudi di S. Benedetto del Tronto, ho preso il trenino pan-marchigiano, sono arrivato con i giusti minuti d’anticipo e ho raggiunto Alessio dopo poco, non senza lottare contro un vento freddo e teso.
Il Punto Einaudi si trova in pieno centro, ho dovuto attraversare il corso principale, procedere abbacinato dalle vetrine in bella vista per i saldi. Il Punto Einaudi è davvero accogliente e mentre me ne stavo ad osservare gli scaffali pieni di libri succulenti, dopo aver salutato fraternamente Alessio, mi sono sentito come protetto, al sicuro. Fuori era tempo di saldi, dentro regnava il silenzio, l’emozione, la pacatezza dei toni.
Di venerdì pomeriggio, il week end già iniziato, la città avrebbe dovuto essere preda di orde di forsennati fashion con tanto di carta di credito in mano. E invece per le strade della moda regnava una certa mestizia: i colori erano accesi sì, ma per pochi incalliti dandy contemporanei. Paesaggio dell’obsolescenza, direbbero i geografi.
Fuori l’effimero, il commerciale, dentro la vita vissuta, la parola che rimane. Impressa, stampata, siglata nella pagina di un libro, oggetto, prima ancora che concetto, affascinante già a partire dall’odore degli inchiostri e della carta.
Così mi sono sentito a casa. Alessio è stato saggio, non ha sprecato nessuna delle parole che ha speso per accoglierci nelle sue poesie. Alessio ha letto, ha introdotto, ha suggerito risvolti, aneddoti, ha parlato dell’importanza del mettere le proprie poesie nelle mani degli altri, del con-dividere e non del contrario. Le liriche de “La Vasca” hanno qualcosa di magnetico, attraggono senza sosta, una dopo l’altra, sono un viaggio nel profondo, partendo però dall’elemento in superficie più squallido che segna la convivenza tra esseri umani: il giudizio senza mezze misure, la struttura dell’apparenza.
Al termine delle letture, dopo i saluti e i sorrisi e i complimenti, ho ripreso la strada verso la stazione, il vento freddo si era affievolito un poco ed era l’ora degli aperitivi. La sensazione era quella di avere impiegato ottimamente il mio tempo, di avere messo benzina nel serbatoio. E che la poesia, anche se per un’ora solo, fosse stata più vincente della febbre per i saldi, dell’inutile truccarsi e recitare.
Vi riporto – con il suo consenso! – tre liriche tratte da “La Vasca” (LietoColle, 2008 )

XX

Ecco il tuffatore in bilico
sul margine della piattaforma
lo slancio potenziale tutto
sull’orlo delle dita, poi il tuffo
la doppia rotazione carpiata
ad alto coefficiente di difficoltà,
e poi l’entrata a pelo nell’acqua
dopo aver richiamato al petto
le ginocchia e le braccia
dentro la vasca senza sbavature
mentre la giuria scioglie i voti:
con la penna rossa gli errori
di contenuto, con la blu
la calligrafia imperfetta.
Chi è fuori sugli spalti
ha negli occhi esterrefatti
il brivido mentre lui resta
sospeso sott’acqua, in apnea,
una solida ombra pinneggia
denuclearizzata nel suo esercizio
di gioia, di morte perfetta.

XXIV

A Anny

Ora ti prego serra un poco gli occhi
e lascia che io tocchi l’acqua
della vasca – sospensione del tempo
che conservi all’interno, Madre,
con gli equorei bagliori, pneumatici, fragili,
animatori di guizzi e colori carpali.

L’amore ha cartilagini tanto sottili
che non tremiamo a stenderci dentro;
come plancton o mitili saremo,
tiepidi animali marini.

Verrò a baciarli un giorno
a succhiarne il veleno
del sonno, del corpo morto,
quando avremo prosciolto le pelli
caduche per accidia e meschine
cancrene, che il mondo ci lascia
addosso col vento e la sabbia
e le lusinghe del dovere.

Allora saremo così trasparenti
da apparire nuvole indenni,
eterne nel loro passaggio verbale.
Senza alcun osso.

Guizzeremo col nostro azzurro dorso,
lenzuola per impressioni di sogno,
parole atone, insondabili
nel loro amniotico vibrare.

Perciò, ti prego, serra gli occhi appena
perché possa davvero la vena
dei tendini prendere il largo.

I fiumi, lo sai, li abbiamo dentro,
lasciamo che scorrano glabri
nel loro letargo ventricolare.

Resisteremo e sarà ancora bellezza
la nostra voluminosa bellezza
autunnale.

XXX

E’ puro distillato del corpo questo
che si approssima alla vasca
con la sua compatta geometria
di rimpianti e scheletri ossidati,
di stanchi progetti d’allegria
raggrinziti nelle pelli tumefatte
o semplicemente canute e lasche,
appena dopo il tuffo, smemorate.
Si addestrano all’altro mondo,
ricomposte, alla stasi molecolare,
all’assoluta bellezza dell’incontro
con quanto si sarebbe voluto dare
e si è perduto nel concedersi
all’aria, alla carica disumana
di misoginia e codardia.
Nella bracciata che scivola via
contraria, svapora la nostalgia
per la vita precaria, sognata,
in apnea conservata, dietro
limpida natante poesia.

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