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Ieri sono partito mentre stavano dando la notizia della morte di Eluana Englaro, alla volta di Macerata, dove avrei partecipato all’oramai consolidato laboratorio di poesia organizzato da Alessandro Seri e dai ragazzi della Tribù dalle Pupille Ardenti.

Ho viaggiato in silenzio, con la radio spenta, ho macinato quei pochi chilometri che mi separano da Macerata con la rabbia nel cuore per il circo squallido messo su da taluni politici e con un senso di frustrazione per quell’ipocrisia tutta cattolica che pretende di conoscere l’animo umano, senza mai avere avuto figli (almeno legittimi), nè aver provato l’esperienza del matrimonio, della sessualità, della perdita traumatica degli affetti più cari.

La piccola stanza in Vicolo Sferisterio era gremita in ogni ordine di posto – direbbe un solerte giornalista sportivo – io stesso mi sono accomodato sull’angolo di un tavolino.

Il tema della serata era il nero, Alessandro ci ha deliziati con una breve introduzione sul suddetto colore, spaziando dalle interpretazioni artistiche sino alle implicazioni più folkloriche riferite a differenti etnie.

Ma la presenza di Eluana si faceva sentire, il discorso si è creato da sé, alla fine l’argomento della discussione tra i circa trenta partecipanti ha avuto come oggetto la vicenda Englaro. Il confronto è stato serio, a tratti acceso, ma stimolante, mai banale a mio avviso.

Un breve attimo di respiro prima di provare a scrivere, come ai vecchi tempi, come ai giorni dei laboratori di poesia di Nie Wiem ad Ancona, terminati – so che alcuni la pensano come me – troppo presto per lasciare spazio a progetti caratterizzati da una maggiore visibilità pubblica.

Il tema, ripeto era sempre il nero. Ho lasciato che le parole circolate tra di noi sulla scomparsa di Eluana Englaro non monopolizzassero completamente il mio sentire. Ho scritto una specie di filastrocca, una poesia in rima, cosa davvero assolutamente insolita per me (chi mi conosce, sa quanto io odi le rime!).

C’è nero e nero, l’ho intitolata, per sottolineare che a volte “la cosa pubblica” si preoccupa troppo di farsi bella o di mettere il broncio puntando i piedi, mentre con la stessa faccia manda a morte gli operai, gli immigrati, i senza documenti, non facendo rispettare le leggi, permettendo lo sfruttamento del lavoro nero, alle volte assecondando il malaffare.

La pubblico così come è venuta, non me ne vogliano i puristi della metrica…

“C’è nero e nero”

La benda copre l’occhio bianco del Corsaro Nero,
il bastone, asso in mano, raffigura l’Uomo Nero,
con la zeta nel cappello, scioglie Zorro il suo mantello,
lotta in groppa al suo destriero.

Il prete fa paura col vestito sempre scuro,
coi bottoni – mille chiodi –
con l’incenso, con le lodi
delle vecchie, il lamento rotto a tratti
da un silenzio più maturo.

La nave che tradisce in mare un uomo tutto nero,
con la moglie e quattro figli,
di cui uno solamente
tocca terra

(Terra! Terra!)

e nessuno dice amen
quando cadono di notte,
nella notte cagna e nera,
tre africani muratori
senza casco, senza Stato,
ovviamente tutto in nero.

FRANCESCO ACCATTOLI

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