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Se chiedessimo a qualsiasi persona che abbia superato la trentina quali ricordi serbi delle ore di geografia alle Scuole Superiori, riceveremmo di sicuro una risposta avvilente: dati freddi ed inutili, nomi di Stati, cartine disegnate sulla carta trasparente e poi colorate con i colori a legno. In pratica quello che era già stato fatto alle Scuole Medie con le regioni d’Italia.

Da anni però la geografia nelle Scuole Superiori – per lo meno nel percorso liceale, ambiente in cui mi trovo ad insegnare – ha spostato la sua attenzione, calibrando i suoi contenuti sulle metodologie di analisi soprattutto della geografia umana ed economica.

Ecumene ed anecumene, globalizzazione, urbanizzazione, religioni e lingue, organizzazioni internazionali, WTO e commercio equosolidale, sono questi i temi che giovani adolescenti, quattordicenni ancora assai imbevuti di cartoni animati e ore alla playstation si trovano ad affrontare al primo anno del liceo. E per due ore soltanto.

La mia esperienza diretta di laureato con una tesi in geografia umana e di insegnante di geografia alle Superiori mi ha rafforzato nella convinzione che tale disciplina, proprio perchè merita di essere affrontata secondo queste nuove indicazioni metodologiche e di contenuto, debba essere tolta, abolita dal biennio ed essere inserita nel penultimo, se non addirittura nell’ultimo anno del percorso di studi liceali.

A ben vedere le ragioni di tale operazione poggiano su deduzioni semplicemente logiche: al biennio si studia la storia antica sino al medioevo, al massimo quindi si potranno affrontare discorsi di geografia storica, e non di così stringente attualità; le direttive ministeriali da qualche anno a questa parte hanno obbligato studenti ed insegnanti a rafforzare di più lo studio del Novecento nei programmi dell’ultimo anno, cosa questa che trarrebbe notevole giovamento se fosse affiancata da uno discorso parallelo riguardante la geografia economica, la geopolitica, la geografia delle migrazioni; in ultima analisi, la maturità di ragionamento e di analisi di uno studente di quinta è ben diversa – per lo meno dovrebbe – da quella di un fanciullo di prima. Il quale, sempre nella mia esperienza, pone in atto una scelta: o siamo noi a riempirlo di ragionamenti di natura economica, sociale, politica, pena lo svilimento della disciplina per non annoiarlo a morte o addirittura per non confonderlo, o è lui che ci fornisce gli alibi giusti per continuare ad insegnare la geografia da schiappe, da professionisti poco professionali, fermandoci alla colorazione delle cartine, all’apprendimento mnemonico di dati inutili, alla ripetizione di un giudizio, prima che di un metodo di lavoro, ingrato sulla disciplina.

Era tema di discussione alla SSIS durante le ore di didattica della geografia: i docenti di tale disciplina  al biennio hanno anche l’onere dell’insegnamento  di altre discipline, per così dire, più impegnative come monte ore, e cioè il latino e l’italiano. Ne deriva l’ovvia redazione di una sorta di classifica di valore: primo il latino, poi l’italiano, poi la storia, se rimane il tempo la geografia.

Con queste premesse anche gli studenti più interessati – ricordo che stiamo parlando di quattordicenni alla prima esperienza con l’istruzione secondaria superiore – subirebbero il fascino del disimpegno e del bighellonaggio mentale. E non a torto, aggiungo io.

I libri di testo si sono già adeguati, con grandi pagine colorate, schede d’approfondimento logorroiche senza dire nulla, cd rom con belle fotografie e poco più: l’ora di geografia così ha tutte le premesse per diventare un momento aggiuntivo alla ricreazione.

Studiare invece il mondo, dai grandi flussi migratori europei dell’Ottocento sino alla deconolizzazione, aiuterebbe gli studenti prossimi alla maturità a prendere coscienza del mondo che li circonda, a trovare una risposta scientifica, e non ideologica, a molte delle questioni che la complessità del presente inevitabilmente, e alle volte spietatamente, offre loro.

Che cosa si potrebbe tagliare? Come inserire le due ore di geografia? Al liceo scientifico – corso dove insegno – io personalmente sacrificherei benissimo due ore di latino dall’0rario del quinto, togliendo anche l’ipocrisia dello spiegare, del fare le versioni ed i compiti scritti, visto che non esiste la prova scritta di latino all’esame di maturità; al classico la cosa si fa più complessa, tenuto conto dell’incertezza, tra latino e greco, per la seconda prova scritta.

Ma non sarebbe davvero male, in quest’ultimo caso, un poco di geografia e topografia antica. A me dopo il liceo, alla facoltà di Lettere Classiche, sarebbe servito davvero tanto.

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