sedia-sola-stanza-vuota

Se ad un tratto apparisse una porta
e per quella porta s’entrasse
in una stanza vuota, vedresti lo sgomento
d’una sedia al centro, sola.

Con tale geometria, per come
mi scopri dal bancone di un bar di seconda,
o da un vassoio di cannoli con la crema,

mi convinci che è troppo amaro, troppo
normale; morire per quella sedia, avere
la colpa, e non la tregua, come ostaggio.

Non è vita artificiale, non c’è nulla
da fotografare, nessuna prova
da esibire come gioia
collettiva, assoluta, senza pudore.

Tra qualche anno, mi dirai,
sarà finita, avremo tutto come i nostri
genitori, la stessa tiepida agonia
per il genere umano dei morti di fame.

Perchè dunque anticipare l’ironia
delle stagioni? Perchè lasciare
che una sedia sia l’immagine che fuori
già si vede, e non dovrebbe, a quanto pare?

Così, quando arriverai di sera,
appendi un lume a quella porta:
muta ne uscirà la morte,
torneranno invece le calde alte ore.

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