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Ho conosciuto Valerio lo scorso anno ad una serata del laboratorio maceratese di poesia organizzato da Alessandro Seri e dalla Tribù dalle Pupille Ardenti. Un portamento elegante, una chioma bionda, un piglio risoluto e vivace. Valerio è raffinato, istrionico, fantasioso, versatile, ironico, Valerio s’alza dalla sedia e declama i suoi versi, Valerio recita le sue liriche, non le legge.  La sua poesia è densa, è immaginifica, carica di studi e ricerca della parola, una corsa al rischio di riesumare un lessico talmente classico da risultare stantio, ma che nella sua verve compositiva si rigenera, diventa parte del presente, parola precisa, altrimenti non possibile, parola di incontro con la realtà, con la storia, col passato e con l’hic et nunc. Perchè tanto ci siamo e non se ne esce fuori.

Una piccola nota: ascoltarlo declamare i suoi versi a Jesi, nella piazzetta delle Monnighette, in occasione della serata conclusiva del laboratorio di poesia jesino, è stato emozionante. Ironia ed eleganza.

Un viaggio

Non ti mancano le parole,
se di parole non ne hai avute mai.
Al ritorno non racconterai
resta solo ciò che farai,
quasi avessi a renderne conto solo a Dio,
come di un delitto fallito,
come di una tentazione sfinita.
La lettura di un libro
nelle sue pagine di terra
non ti distoglierà dall’idea,
pesante di esilio, del partire;
ricercherai i volti andati
e il loro profumo portato dal vento
in visi sconosciuti per miopia.
Non troverai te stesso alla fine,
ma ti accorgerai ad aspettarti alla porta
già dal giorno che te ne andasti;
nemmeno la pace ti sovverrà interiore,
ma la troverai alla fine
di sofferenze e fatiche
sul granito del mare
e l’oceano dei monti.

***

L’ultimo giorno

Da quando il luogo che apparve terzo
si riempì, non c’era mai stata
tanta solitudine fra le spiagge,
le cornici e il giardino sfuggente;
mai da quando si popolò il medio destino,
l’effimero dolore- la lacrima e il chicco di riso-
e si svelò, così, il finale escatologico:
pace sul sepolcro di Odisseo,
silente il monte turrito dal vento
silenzioso, l’Eden, dove tutto
ebbe inizio, dove neonato
vagì il peccato, non porterà il peso
del frutto proibito dalla nova visio.
Non più Dio ingannò il primo uomo,
ma abbandono e dolce quiete
fra la geenna e l’empireo
sarà segno dell’ultima ora
in cui l’ultima esule anima
ritroverà la sua patria in seno a Dio;
ma si scorderà nella foga una scarpa,
troppo disio la spingea chè si curasse di cose terrene,
e così un po’ sducita e magari non nera
resterà, povera suola, unica
ad abitare quel vasto monte e nemmeno
Aidi a farle compagnia,
unico spirito soligno pel Purgatorio
con un laccio slacciato.

***

Oltre la ghiera dei tulipani
sorge dopo un balzo
di mesi, di tutta una vita
la visione che dona
cose mai vere
a chi non le agirà mai,
eppure così reali
nella complicatezza
del dire in gesti
scritti da parole
studiate da ego
che vissero un
attimo o
poco più.

***

Valerio Marconi, nato il 19/10/92 ad Ancona e residente a Macerata, frequenta il penultimo anno del liceo classico G. Leopardi di Macerata. E’ arrivato fra i 15 finalisti al concorso “Poesie per l’infanzia” di Sant’Angelo in Pontano. Segue da tre anni i corsi del Minimo Teatro di Sforzacosta e ha partecipato a due spettacoli organizzati dalla sua scuola. Ultimamente ha partecipato a svariate iniziative collegate all’associazione Licenze Poetiche e ad una iniziativa di Amnesty nell’ambito delle manifestazioni “Tutto in gioco” a Civitanova con un testo di produzione propria.

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