Stamane ho provato una sensazione unica, sono stato preso da una voglia incredibile di svolgere una delle tracce che avevo dato per compito in classe alla mia quarta!

A dire il vero, non avevo altro da fare che stare ad osservarli nel loro lavoro di scrittura, così, dopo un’ora piuttosto noiosa, mi sono deciso, nell’ora rimasta a disposizone, a domandare un foglio protocollo e, proclamandolo con tono trionfale, mi sono messo a scrivere proprio come una volta, a mano, riversando tutto sul foglio, con tanto di cancellature aggressive e d’indolenzimenti da scrivano alla fine. Questo è quello che è uscito fuori!

TITOLO

“A Sanremo 2011 Roberto Vecchioni canta: “E per la barca che è volata in cielo/ che i bimbi ancora stavano a giocare/ che gli avrei regalato il mare/ pur di vedermeli arrivare/ Per il poeta che non può cantare/ per l’operaio che non ha più il suo lavoro/ per chi ha vent’anni e se ne sta a morire/ in un deserto come in un porcile/ E per tutti i ragazzi e le ragazze/ che difendono un libro, un libro vero/ così belli a gridare nelle piazze/ perchè stanno uccidendo il pensiero” (Chiamami ancora amore). Qualche giorno prima, il giornalista e insegnante Marco Lodoli avevo scritto per Repubblica un articolo dal titolo “E la lotta di classe si sposta tra i banchi” . Mettendo in collegamento le parole di Vecchioni e di Lodoli, prova ad offrire una tua analisi ed una tua riflessione, aiutandoti con i testi, mettendo in luce i passaggi che ritieni più significativi.

 

SVOLGIMENTO

La retorica del Bel Paese


E se perfino un Vecchioni, un mostro sacro della canzone d’autore italiana, si permette il lusso di varcare la soglia del Teatro Ariston di Sanremo e di farlo addirittura in qualità di concorrente al 61° Festival della Canzone, se per l’occasione non s’adegua al refrain “cuore-amore” ma anzi rilancia, mettendo sul piatto parole dure, di denuncia contro l’evidente deserto culturale e umano che sta asciugando le speranze degli Italiani, allora è lecito ritenere che le sorti del Paese sono realmente in bilico.

Non c’è scoramento nei versi del professore milanese, maestro nel coniugare concretezza e poesia: nelle sue dediche ci sono gli operai disoccupati, gli intellettuali che hanno dovuto rinunciare, loro malgrado, all’esercizio del sapere, ci sono infine i protagonisti di tutto, i ventenni, che lui, docente di liceo, conosce assai bene.

Eppure quei ragazzi, che dovrebbero starsene schiantati a terra, prostrati dalle previsioni sul loro futuro, Vecchioni, nella sua canzone, li preferisce in piazza, a gridare, a difendere un libro – la Costituzione Italiana o l’Agenda Rossa di Borsellino? – perché, in fondo, la piazza, nella sua storia millenaria, conserva intatta la sua funzione di luogo democratico, civile, universale.

Ed i ragazzi – cantava un altro cantautore qualche anno fa – sono veloci “come le pantere”, sanno come reagire alla pratica della definizione, dell’etichettatura, vivono male il contenitore stretto. O meglio, vivevano male il contenitore stretto. Perchè a leggere le parole di un altro insegnante, questa volta romano, Marco Lodoli, i giovani italiani custodiscono intatto il germe del disincanto, consapevolmente tracciano un confine tra il mondo pubblico – e quindi scadente e persino inutile – e ciò che è privato – scuole, collegi, master, carriere di lusso.

Lodoli, nel suo intervento per Repubblica intitolato “E la lotta di classe si sposta tra i banchi”, riesuma l’idea di una scuola livellatrice, quella scuola statale, a mio avviso, appartenente esclusivamente all’immediato Dopoguerra. “Si creavano possibilità per tutti” prosegue Lodoli, eccedendo in retorica, edulcorando una realtà che persino i nostri genitori ed i nostri nonni conoscevano ben diversa. La meritocrazia, concetto quanto mai sottolineato in queste settimane, non ha mai fatto parte del nostro Paese: la raccomandazione, la lettera di benservito, l’ingerenza della politica, se non addirittura della Chiesa, hanno insegnato agli Italiani, dagli anni ’60 in poi, dal Boom economico al consumismo degli Ottanta, che una corsia privilegiata esiste sempre. Ora, quel sistema partiva comunque da un presupposto di salubrità: il ruolo della cultura. I “tre milioni di capoccioni”, come li chiama la studentessa del prof romano, oggi esistono solo in ragione di un vizio di forma, di un’anomalia del sistema istruzione, e cioè aver ritenuto che il sapere, i saperi, fossero democraticamente accessibili, maneggiabili, spendibili.

La partita dell’Italia si gioca in provincia, ecco perché gli scenari presenti nell’articolo di Lodoli non possono essere presi a testimonianza del vero, troppo metropolitani, troppo patinati per essere assunti come modelli, persino troppo retorici, con quelle fontanelle degli zingari. Ma su una cosa Lodoli ha ragione: l’élite ha capito che per funzionare come benzina per una carriera, la cultura, in senso accademicamente ampio, deve uscire dai canali statali e battere sentieri privilegiati, elitari appunto. Allo Stato debbono rimanere le briciole, pochi spiccioli di decenza, un decoro sufficiente a pagare un insegnante quanto un operaio ed offrire a tutti gli studenti un diploma neanche tanto sudato, nella speranza che poi tutti abbiano l’intenzione di ingolfare i corsi di giurisprudenza, ingegneria, economia. Secondo loro.

Poi però può succedere che qualcuno possa sentire la voglia di lavorare, di fare un mestiere, trovandosi così a maneggiare diritti, bisogni, aspettative, non colmabili con un festival della canzone o, peggio ancora, con una puntata della De Filippi.

Si aprirebbero scenari da Paese reale, la provincia ritroverebbe in un momento il suo tessuto socio-culturale, lo Stato farebbe i conti con una cittadinanza attiva, la piazza si troverebbe affollata, da tavolini di un caffè però.

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