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E’ stata una gioia immensa, un grande orgoglio ricevere la telefonata da Città della Pieve che mi annunciava questa notizia: “La neve nel bicchiere” segnalato al Premio Penna!

Ho conosciuto il premio qualche anno fa, anzi, per la precisione otto anni fa, era il giugno 2003 e avevo partecipato con “Come acqua che riposa…”. Allora il mio editore – oggi non più operativo – mi sconsigliò di parteciparvi. “Che lo mandi a fare” – mi disse – “quello è un premio serio, per i grandi poeti! Se vuoi partecipa, ma utilizzando le tue copie personali.” Così feci, ostinatamente e anche con molta incoscienza, e fui segnalato dalla giuria. Tutti giù alla casa editrice si complimentarono – è sempre facile salire sul carro dei vincitori – ed allora pensai che molto probabilmente era stata la solita fortuna dei principianti. Viaggiai verso Città della Pieve, trascorsi una delle più belle giornate degli ultimi dieci anni.

Poi il 2011 e la pubblicazione de “La neve nel bicchiere”. Oggi, per me, questa segnalazione al Penna ha un valore maggiore, è la conferma, è il secondo libro, quello più difficile, quello della stroncatura pronta dietro ogni angolo. Anche questa volta ho trascorso una giornata meravigliosa, assieme a persone che ho imparato a conoscere in tutti questi anni di poesia e che ora chiamo amici. Questa volta mi sono commosso prima di salire sul palco, e la “colpa” – si fa per scherzare! – è tutta di Enrico Cerquiglini, che ha scritto una motivazione alla segnalazione da far battere il cuore. Forte.

Ora ve la riporto e vi invito a leggerla. Grazie.

“La dimensione “civile” o, per dirla con Pasolini, “in/civile” dei versi de La neve nel bicchiere di Francesco Accattoli si palesa già con il primo verso del primo testo, intitolato Il varco: “Non accenderò una poesia della negazione”, dove per negazione si intende rimozione ma anche sottrazione di senso all’agire umano e al travaso in forma/versi che è spesso l’essenza della scrittura poetica. Negazione è anche il nichilismo trionfante, l’accettazione fatalistica di un presente che si dà per ineluttabile, magmatico, caotico, tentacolare e disarticolante. Il recupero della memoria, insieme al “varco” – eco montaliana – come ricerca di un passaggio nel presente per rimarcare il bisogno della centralità dell’elemento umano contro le forze che da più parti sembrano indicare la necessità del superamento dell’umano, fissano i confini della scrittura di Accattoli. Nei versi di questo volume scorrono le immagini di un secolo appena chiuso: immagini di vita, di lotta, di morte, di diritti dati e negati, di una civiltà contadina distrutta da un frainteso senso del progresso che ha finito per sradicare la realtà in nome di astrazioni capaci di surrogarla ma non sostituirla. È in questo contatto col mondo e con le sue rappresentazioni che la poesia si fa strumento indispensabile per capire e cogliere le incongruenze e le contraddizioni palesi del presente; diventa in/civile quando coglie l’impotenza di un mondo a riequilibrarsi con le strutture che si è dato, quando coglie l’essenza di uomini monadizzati e quando spunta l’esigenza della ricerca di un varco, di uno scavo nel passato e nel presente per individuare strade che possano proiettarci oltre la notte epocale.

“La neve nel bicchiere” finisce per essere non una reminescenza di un mondo contadino tramontato, una nostalgia di tempi andati ma il punto da cui ripartire, come poeti e come uomini, una riduzione eidetica, per dirlo con Husserl, dell’essenziale da contrapporre all’insensatezza dei pregiudizi di inutili e complesse variazioni di una cosa in sé.”

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