La colossale concentrazione di ricchezze in Italia determinò una impetuosa, e fino ad un certo grado, artificiale elevazione della vita economica.I valori raccolti nelle province venivano investiti nell’economia agricola, nel commercio e nelle operazioni finanziarie. I profitti del capitale in denaro generarono un lusso insensato nelle alte classi dirigenti e impressero l’orma di una insana speculazione finanziaria. Il grano a basso prezzo dalla Sicilia e dall’Africa rovinò la piccola proprietà agricola, collaborando in tal modo alla concentrazione della proprietà terriera. Così le conquiste romane del III e II secolo affrettarono la trasformazione dell’Italia nel paese della schiavitù classica e impressero un’orma originale sul sistema economico italiano.
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A Roma l’incremento del capitale monetario non corrispose al livello generale dello sviluppo economico dell’Italia e in misura considerevole fu artificiale. Le fonti di tale anormale incremento, furono, come abbiamo visto, i tributi, il bottino di guerra e, dalla fine del II secolo, il sistematico sfruttamento delle province per mezzo degli appalti.[…] A Roma esisteva l’usanza di concedere in appalto non solo la raccolta delle tasse nelle province, ma anche tutta una serie di attività riguardanti l’economia statale.
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Tratto caratteristico del commercio romano fu il suo carattere passivo. La bilancia commerciale era passiva poiché le importazioni superavano le esportazioni. Ciò si spiega con una serie di cause. Quando Roma si immise nel commercio mediterraneo, l’economia relativamente arretrata dell’Italia non poteva sostenere la concorrenza con la produzione altamente sviluppata di molte zone del bacino mediterraneo. Come poteva, ad esempio, il cattivo vino italiano, reggere il confronto con quello greco? Solo in alcuni rami, come la produzione metallurgica etrusca, si lavorava non solo per il mercato interno, ma anche per quello estero. A ciò si aggiungeva la grande ipertrofia del capitale monetario che dava la possibilità di comprare le merci necessarie sui mercati esterni. Fino ad un determinato momento questo fatto non rappresentò un pericolo per l’economia italica, poichè la passività della bilancia commerciale era compensata dall’importazione di una grande quantità di denaro. Ma nell’epoca dell’Impero, quando le conquiste cessarono e la politica nei riguardi delle province subì un cambiamento, la passività della bilancia dovette dare risultati negativi per la fuga dall’Italia di metalli preziosi e la conseguente crisi del denaro.
(S. I. Kovaliov – Le Cause delle Guerre Civili in L. Canali, Potere e consenso nella Roma di Augusto, 1975)

In definitiva, la riflessione proposta dal Kovaliov traccia un quadro applicabilissimo a mio avviso alle categorie economiche degli ultimi venti anni, che hanno caratterizzato l’economia occidentale in prima istanza, e poi il suo contatto con quella orientale, e cioè indiana e cinese.
Il sistema-mondo dell’Occidente classico si reggeva su limiti geografici riconoscibili eppure talmente vasti per l’epoca da potersi ritenere globali, nel senso corrente del termine. Pertanto, quanto accadde alle economie mediterranee non si pone in contrasto, nè in termini di anacronismi nè di dinamiche interne, a quanto accaduto negli ultimi anni sotto i colpi della turbo-economia e della famigerata “invasione” della Cina.
Kovaliov più volte utilizza l’aggettivo “artificiale” per definire un’economia che per dar conto di sé e della sua opulenza non si riferisce ad una produttività certificabile e implementabile attraverso un miglioramento delle tecniche e delle condizioni di lavoro. La schiavitù, nella storia romana precedente al III secolo, rimane prettamente legata a tre fattori: la deductio a seguito di una sconfitta militare, la schiavitù per debiti, il nascere da una famiglia di schiavi. Ne deriva che fino all’epoca della Prima Guerra Punica, le attività produttive italiche potessero prescindere dal lavoro servile massivo, cosa che in seguito non potrà più essere ammissibile.
La piccola e media impresa, sia essa agricola o artigianale, di fatto resta viva e vegeta e gode di ottima salute e contribuisce al PIL romano fino a quando le insegne militari non scoprono quel granaio a cielo aperto che era la Sicilia del III secolo – una Sicilia fenicia, greca, assolutamente cosmopolita e mediterranea – e più tardi l’Egitto.
Già a metà del III a. C. al contadino italico – poco importa se abitasse in un municipium latino o romano – non conviene più produrre grano o miglio o orzo o farro, vende tutto, cambia mestiere, o peggio ancora viene strozzinato dagli usurai e dai debiti.
La virtualità dell’economia romana è pari a quella dei nostri ormai tristemente conosciuti “derivati”: si spacciano imprese, si vincono gare di appalto, si costruiscono ponti, strade, palazzi senza assolutamente avere i soldi in mano. O meglio, senza utilizzare gli utili, fisicamente presenti e sperperabili in mille status symbol, ma rimettendo sul mercato non la certezza, ma la possibilità potenziale di sfruttare mercati minori – le province più regredite e distanti – oppure l’assicurazione di ottenere appalti ulteriori, utilizzabili a loro volta come garanzia.
La bilancia commerciale italica a partire del III secolo si regge su sfruttamenti e vessazioni, non solo e soltanto di territori e popolazioni, ma anche di mercati “terzomondisti”: la delocalizzazione delle imprese è cosa molto antica, la nostra Cina, la nostra Polonia, il nostro Est esisteva anche allora, anzi era il motore fuorigiri del flusso di merci che percorreva il Mediterraneo. E la Penisola, oggi come allora, il Made in Italy – tralasciando la Ferrari, la Tod’s e qualche altro bene di consumo di alto lignaggio – non era competitivo con il sistema-mondo mediterraneo, né in termini di costi, né in termini di qualità delle materie prime.
La legge dell’appalto, della finanza e delle finanziarie – che prestavano, spesso a tassi illegali persino per l’etica e la lex romana – muoveva una realtà sbilanciata soprattutto a livello politico, in quello scacchiere che vedeva Roma come potenza egemone. Ma quando Roma – intesa come brand – occupa ogni centrimetro dell’Occidente conosciuto, quando cioè si estende a tal punto da cadere nel tranello del suo stesso progetto di globalizzazione, d’improvviso non esistono più schiavi a buon mercato, non più merci a buon mercato: tutto, di colpo, diventa Roma. E se tutto diventa Roma, a chi vendere porcherie per comprare materie prime? A chi spillare soldi con la scusa di appartenere ad una terra senza diritti politici e senza cittadinanza? Se di colpo non esistono più extracomunitari?

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