Nello zaino ho tre talismani: un pezzo di sapone di marsiglia, “Gli indifferenti” di Moravia, la mia pipa.
Questa volta ho badato al sodo, una sola valigia, e neanche tanto grande, ed uno zainetto. Nada mas. Non ero mai partito da Ciampino. L’Appia Nuova è a dir poco affascinante, l’ho capito dalla quantità di indici sollevati con stupore dagli stranieri sul bus per l’aeroporto, ad indicare ora un acquedotto, ora un rudere romano. L’aeroporto, diamine quant’è piccolo! Lo giro in un nano secondo, prendo un caffè, aiuto una signora spagnola che sta tribolando da dieci minuti con una barista coatta. Però che freddo qui dentro…botta di sonno incredibile. Le ho mandato un sms per augurarle buona giornata, è stato un gesto familiare, per mettere un poco di ordine in questo marasma pre-volo. Buona giornata.

Elenco di cosa manca: manca ancora un’ora al volo, manca una zona calda per chi come me odia l’aria condizionata, manca di sicuro un bel pò di educazione alla tipa di fronte a me, l’unica italiana in una selva di biondi vichinghi, francesi e spagnoli, parla al cellulare in modo sguaiato e fortemente scandito, credo la comprendano anche gli scandinavi! Manca qualcuno qui di fianco, che a quest’ora, con la levataccia che s’è fatto per venire a Roma, già sarebbe stata con la testa sulla mia spalla, sonnacchiosa.

Ho pensato molto a Luigi Di Ruscio quando sono atterrato a Santander, ho pensato a quelle sue memorabili pagine su Oslo. I numi non mi sono stati favorevoli: grigio, pioggia, freddo. Santander scola fai finestrini dell’aerobus, mentre attraverso il barrio pesquero. Lascio la valigia e mi butto in strada, nonostante la pioggia fina e bastarda. Anche qui c’è un monte che “mette il cappello” quando piove. Sensazione di casa. Santander ha colori particolari, al bianco della pietra del centro si alternano architetture nordiche, con tetti spioventi e tinte valdostane. È quello che m’aspettavo dalla Cantabria. Non di certo un clima scozzese a fine giugno! Per fortuna un’insegna mi dice che lì a pranzo si mangia lenticchie. Al Bar Tivoli – j’italianità del nome non inganni, sono tutti del posto – mi accolgono bene, in un attimo mi trovo dinnanzi un piatto fumante di lenticchie e una bottiglia di tinto da mescere a volontà. I numi cominciano a ricordarsi di me. Pranzo luculliano e soprattutto lento, non ho punto voglia di mettere il naso fuori di lì. La cattedrale merita, stiamo parlando di un magnifico gotico del XIII secolo, di un bianco che ricorda la nostra chiesola di Portonovo. Giro e ripasso per le stradine del centro, grazioso, nulla di che. Mi faccio coraggio e mi butto verso la Magdalena, piccola penisola con un verde promontorio. Faccio qualche foto alle spiagge, ma il vento ed il freddo mi suggeriscono un più saggio rientro. Mi compro qualcosa per cenare. C’è l’Italia all’Europeo che si gioca la qualificazione, ho una bella tele in camera, proprio di fronte al letto. Stasera proibito uscire.

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