Il giorno del giusto. Vale a dire relax. Oggi non ho proprio voglia di prendere bus, combattere con autisti, per così dire, allegri nella guida, tipo quello che l’altra sera mi ha riportato a casa da Cudillero. Voglio godermi la città, bighellonare per il centro, guardare le vetrine e fare shopping. Prima però vado a visitare le Terme Romane. Si trovano proprio all’inizio del casco antiguo e risalgono all’età flavia. Sono sotterranee, proprio a filo col mare, molto suggestive. Gli spagnoli, non c’è che dire, nella valorizzazione del loro patrimonio artistico e monumentale ci sanno fare. Noi siamo dei cialtroni, ne sono sempre più convinto. Le terme sono conservate molto bene, gli archeologi hanno fatto davvero un ottimo lavoro. Fuori c’è sole, ma un tesissimo vento da nord rende vano ogni tentativo di godersi l’estate. I termometri cittadini dicono ventidue gradi, ma reali saranno non più di diciassette. E c’è chi fa il bagno. Questo mi gela ancor più il sangue. Devo comprare due cose: una maglia di Gijon e il cabrales. Partiamo da quest’ultimo. Il cabrales è il formaggio tipico di qui, fatto con il latte di tre animali (mucca, capra, pecora) e assomiglia in tutto al nostro gorgonzola. Perché comprare allora una cosa che già esiste in Italia? Perché è più buono del gorgonzola! E poi il negozietto dove vado a sbirciare è troppo carino. Una di quelle botteghe di un metro per un metro dove dentro però c’è assolutamente tutto, compreso un commerciante loquace e purista della gastronomia di qualità. Parliamo con comodità, c’è poca gente che viene stamattina, mi racconta che ogni anno si fa una gara tra produttori di cabrales, e che quello che ho scelto di comprare è il vincitore dell’ultima sfida. Si arruffa e si agita quando parla delle abitudini culinarie degli spagnoli di oggi, che pensano solo a trangugiare cibo schifoso senza più curarsi del gusto, della degustazione dei sapori. E poi colora il discorso facendo un parallelo col sesso e l’ossessione della quantità dei rapporti senza badare alla qualità. Come dargli torto. Me ne esco soddisfatto, col mio cabrales sotto vuoto, che impacchetterò e sigillerò ben bene, di più, perché se mi si apre in valigia, è la fine! Il resto della giornata va leggero, nonostante una commessa di una panetteria e la sua aria disgustata al sentire il mio accento da straniero. Stasera poi gioca la Roja. Mi guardo la partita in un baretto di una strettissima e affollata strada del centro. Primo tempo, uno a zero per noi. Già, perché io un pò spagnolo oramai lo sono e poi perché urlo e impreco assieme a tutti i presenti. Il secondo tempo me lo gusto da solo, davanti ad maxischermo ed una maxibistecca di carne asturiana davvero ottima. Resto fermamente convinto che la carne rossa faccia male, ma uno strappo alla regola ogni tanto ci sta, soprattutto se quella carna proviene da quelle belle mucche che per giorni ho visto pascolare liberamente per la campagna. Ceno godendomi il trionfo della Spagna, poi mi accendo la pipa e mi dirigo verso la spiaggia: oggi in tutta Spagna è San Juan e in tutta Spagna ci sono i fuochi d’artificio e la festa in spiaggia. Tutta Gijon è lì, accendendo fuochi come da noi a ferragosto. Ma moltiplicate il tutto per mille, quello che ne viene è un’aria irrespirabile. Ho saputo che poco distante, verso il centro, c’è un bar dove i miei idoli, Mar y Alicia, in arte Pauline en la playa, vanno abitualmente. Preso da una sorta di raptus, lascio la marmaglia e mi dirigo a El Guetu. Ci sono tre persone in tutto ma la musica è di quella buona. La ragazza del bar ha un’aria sorniona, le chiedo se sia vero che le due sorelle vengano qui. Lei mi dice di sì, che ora che hanno famiglia passano di più nel pomeriggio. Le chiedo allora di salutarle, da parte di un loro fan italiano. Peccato, domani si riparte, destinazione Salamanca. Però Gijon te lo prometto, ritornerò.

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