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Piccola postilla al giorno ottavo: Vinodiario. Ovvero, come dedicarsi un’ultima cena a Salamanca volendosi bene. Il ristorantino in questione si trova nella Plaza de los Basilios, ovvero alla fine della Gran Via, appena fuori dal casco antiguo quel tanto che basta per non trovarsi immersi nel mercanteggio dei pasti da consumare. I camerieri sono molto gentili, parlano a bassa voce, spiegano la provenienza dei prodotti utilizzati per i piatti, tutti cucinati con ingredienti tipici. Tipo la Torta del Casar, formaggio para untar, dicono loro, da splamare diremo noi, sorta di crema morbida con cui si preparano delle ottime fette di pane tostato, dal sapore lievemente amarognolo, che per l’occasione viene servito con una spolveratina leggera di pepe nero. Oppure la cecina, la nostra bresaola, ma meno forte di sapore, più amabile e dalle tonalità meno scure. Oppure un’insalata con l’ormai famigerato queso de cabra e palline di anguria, che a prima vista sembrano pomodirini cherry. Volersi bene significa anche voler bene al proprio organismo. Lascio i ragazzi di Vinodiario a malincuore, ma domattina mi devo svegliare molto presto per raggiungere, la mia prossima meta, Caceres.

La ruta de la plata, la via dell’argento. Così qui chiamano la strada che sto percorrendo. Il che significa che mi sto addentrando nella terra dei conquistadores, facendo un salto indietro nel tempo fino al secolo XV e XVI, quando al porto di Sevilla attraccavano i galeoni e le caravelle provenienti dal Sudamerica, cariche di oro e argento e tutto quello che si poteva depredare ad una terra incontaminata. Extremadura. Entriamo dalla parte nord della provincia di Caceres, il paesaggio è davvero curioso, rocce e verde si alternano, inziano a comparire i primi muretti a secco, continuano le mucche a pascolare tranquillamente allo stato brado in mezzo ad un mare di querce.

Breve divagazione. Quando lavoravo a Barcellona, domandavo sempre alla mia cara padrona di casa Laura come fosse l’Estremadura. Lei mi rispondeva così: estrema y dura. Ovviamente, pensavo. Altri mi dicevano che si trattava di una regione arretrata, povera, decisamente a vocazione agricola, terra del jamon iberico. E basta. Poche notizie di rilievo, poche personalità di rilievo, una vita tranquilla di campagna. Così finivo per immaginarmela un po’ come una nostra Basilicata. Regioni che non fanno sentire la loro voce. E come sempre, ciò che agli altri non desta interesse, a me invece solletica la curiosità. Ora, finalmente, sono in Estremadura.

Il cameriere di Vinodiario mi ha raccontato che la storia della povertà degli estremegni è una leggenda oramai, anzi, in quelle terre, soprattutto nella provincia di Caceres, girano parecchi soldi, dovuti all’agricoltura e all’allevamento, sia dei maialini per le carni “iberiche” sia dei cavalli e delle mucche. In effetti quello che sto ammirando dal finestrino del mio autobus non è per nulla somigliante con i tratti di un paese povero. Ho visto più desolazione nella Castilla y Leon, per intenderci. Quello che massacra qui è il caldo. Arrivo a Caceres intorno a mezzogiorno, esco dalla stazione degli autobus convinto di girarmi la città prima di ripartire alla volta di Trujillo. Rientro in un tempo record, fuori ci sono quaranta gradi. Salgo allora sul primo bus per Trujillo e, come spesso accade ai viaggiatori solitari, è il caso a metterli in situazioni curiose. Mi seggo accanto ad un ragazzino di dieci, dodici anni, che mi guarda e mi dice “Yo me llamo Javier, usted como se llama?“. Carino, con un paio di baffetti giovincelli anche loro e una curiosità educata che mi spinge a dargli spago. Però non voglio dirgli il mio nome da italiano, così rispondo “Yo soy Paco”, che poi sarebbe il diminutivo di Francisco, il che non mi porta poi molto fuori strada. Javier è un fiume in piena, e dopo un po’ che parliamo di Caceres, dell’Estremadura, di Trujillo, del campus universitario che stanno costruendo, della scuola che è appena terminata e della partita della Spagna contro il Portogallo, gli dico che sono italiano. Il che lo lascia stupito e ancora più curioso: “pero usted se porta bien con el español!”. Sono soddisfazioni, fregare per una buona mezzora un adolescente, senza farsi scoprire. Parliamo, ed intanto arriviamo a Trujillo. Per chi non lo sapesse, questa è la patria natale di Francisco Pizzarro, il conquistador, uno dei più spietati al servizio della corona spagnola. La breve salita al paese è già un salto indentro di cinque secoli. Torrioni, muraglie, rocce che spuntano da un crinale riarso. Però fa troppo caldo, preferisco rintanarmi nel mio albergo. E ancora una volta il destino mi pone di fronte una persona meravigliosa. Si chiama Alejandro ed è il proprietario, lui è di poco più giovane di me ed è il responsabile regionale di Amnesty International. L’affinità scatta in un lampo, intrecciamo racconti e discorsi fermandoci appena a metà della scalinata che porta alle camere. Non ci curiamo affatto dell’orario, che è quello del pranzo, e che così facendo rischiamo di saltare entrambi. Grande Alejandro. Metto il naso fuori dall’hotel che sono le sette di sera, il sole ancora picchia e per strada l’aria è bollente. Salgo al centro storico e mi si scopre la celeberrima piazza con la statua di Pizarro a cavallo. Un incanto. Salgo al castello, da cui si domina una vista impareggiabile sulle lande dell’Estremadura. Ridiscendo per le stradine strette, entro nella Iglesia di San Martin e mi becco pure la messa delle otto e mezzo, tanto per guardarmi la chiesa in santa pace e starmene un po’ al fresco. Tanto ci sono le solite vecchiette pure qui, che mi squadrano e tirano dritto verso i banchi delle prime file. Ma quello che è Trujillo quando cala la notte, non potevo immaginarlo. Ed è difficile raccontarlo, perchè non stiamo parlando di un semplice paesino medievale, come ce ne sono tanti anche dalle nostre parti, nelle Marche o in Umbria. Non stiamo parlando di San Marino, o di Gubbio o di Offagna. Trujillo è scavata nella pietra, è nobile, è araba, è cattolica, è curata e valorizzata, qui ci tengono molto, si nota. I lampioncini, le targhe esplicative, gli oleandri e i cactus. Passeggio con la pipa in bocca, dopo una cena squisita, e faccio foto e mi godo questa piccola meraviglia.

Dormo benissimo e mi alzo con le galline per prendere il bus alla volta di Caceres. Me la voglio girare con il fresco, ieri mi era stato impossibile. Lungo il viaggio, guardo pigro fuori dal finestrino. Soliti muretti a secco, solite querce. Un piccolo laghetto e lì una cicogna, una pecora e una mucca che s’abbeverano. Ecco, per questo vale la pena viaggiare. Sorrido senza accorgermene.

Caceres ha una piazza ed un centro storico interessante. Piccolo, più piccolo di quello di Trujillo, me lo giro due volte nell’arco di un’ora. Cammino a collo teso e testa alta per vedere se in cima alle torri dei palazzi nobiliari abbiano nidificato le cicogne. Caceres è rinomata per le sue cicogne. Nulla, nessuna traccia di un nido. Ma nel complesso quello che vedo merita la sosta. Ridiscendo alla stazione degli autobus e riparto alla volta della mia ultima meta. La meta con la “m” maiuscola. Il sogno di ogni amante della storia antica e dell’archeologia. Il mio sogno privato, sin dai tempi dell’università. Augusta Emerita. Merida.

Arrivo che sono le due, prendo un circolare di linea nonostante il mio albergo si trovi a un quarto, venti minuti a piedi dalla stazione dei bus. Ci sono i soliti quaranta e più gradi e non vorrei svenire per strada, come quasi mi stava succendendo a Salamanca. Anche a Merida ho avuto occhio, ho scelto un alberghetto davvero carino. El Alfarero. Anche qui trovo due ragazzi a gestirlo, roba che da noi sarebbe impossibile. Italia geriatrica.

Riposo un poco, ma in realtà smanio, perchè so che a due passi dall’albergo ci sono i monumenti più belli della Spagna romana. C’è l’anfiteatro e il teatro, il circo massimo e il tempio di Diana. Alle cinque e mezzo già sto per strada, non mi importa dell’enorme calura. Entro nel Museo di Arte Romana, me ne sto al fresco e mi godo – nonostante la sguaiatezza delle impiegate del museo, che parlano ad alta voce, se ne fregano dei visitatori e si raccontano di tutto come se stessero al mercato – la collezione. Ci sono oggetti meravigliosi, mosaici, iscrizioni, statue. Una goduria per gli occhi e l’intelletto. Me ne esco che sono le sei e mezzo, sfido il caldo e il sole ancora alto e mi getto dentro il recinto del teatro e dell’anfiteatro. E mi commuovo. Mi agito. Salgo e discendo, e risalgo e ridiscendo quei gradoni come se fossi un bambino. Rompo le scatole a mezzo mondo per farmi fare una foto. E a toccare quelle pietre, lo giuro, ho percepito una vibrazione, un’energia che viene da lontano. Lì combattevano i gladiatori e quello era il luogo dove venivano messe in scena le opere di Sofocle o di Terenzio. Sono esausto, ma per l’emozione. Mi seggo sui gradoni del teatro e lo guardo, per una buona mezzora nonostante la calura. Me lo voglio imprimere bene nella mente. Esco che sono le otto e mezza. Tra un quarto d’ora gioca la Spagna la semifinale dell’Europeo contro il Portogallo.

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