Merida è come Roma, è meglio di Roma. E non lo dico sotto gli effetti di un colpo di sole. Ad ogni angolo della città spunta un tempio, un capitello, un pezzo di foro. Anche qui c’è un circo massimo enorme, ci sono le terme e le caserme, ci sono resti quasi integri di case patronali. Merida è tranquilla, il suo centro storico si lascia passeggiare con lentezza, serenamente. Il rio avvolge di verde e di giardini la città. Ed oggi non è nemmeno così caldo. Sarebbe un buon posto dove vivere. O per lo meno dove ritornare. Intanto la Spagna ha battuto il Portogallo e si è qualificata per la finale dove incontrerà una scatenata Italia. Ho visto la partita della Roja con i ragazzi del posto, ma quella degli azzurri me la sono goduta da solo in camera, con un buon televisore lcd, della birra e delle semente da sgranocchiare. E ho goduto come un pazzo. Gran bella partita.

Mi alzo presto e ancora appesantito dai festeggiamenti della sera prima, voglio spendere l’ultima giornata facendo una capatina a Zafra, piccola cittadina che dalle fotografie sbirciate qua e là su internet sembra essere carina. Merida mi sveglia con un vento gelido e teso, roba da Asturias per indenterci, cosa desueta a queste latitudini. Attraverso il ponte sul fiume Guadiana con passo svelto, il freddo mi sta uccidendo. La strada che da Merida porta a sud verso Zafra è terra di vini, così invece che i famigerati maialini iberici mi tocca vedermi chilometri e chilometri di querce miste a vigne. Qui si produce il buonissimo Ribera del Guadiana. Vino tinto, ovviamente. Zafra, invece, è una mezza delusione, capita. Al di là di due piazzette ed un alcazabar diventanto un hotel di lusso del circuito deiParadores, non c’è quasi nulla da vedere. Per fortuna che ho deciso di restare giusto un paio d’orette.

Dopo una lauta siesta, concrettizzo il mio tempo libero facendo compere di prodotti estremegni: due bandejas di jamon iberico bellota, una di lomo, pimiento de la vera agridulce, una bottiglia di un olio straordinano che ho potuto assaggiare durante la squisista cena a Trujillo, ed infine ilqueso del casar. Non prendo il commerciale Torta del Casar, mi lascio consigliare dalla simpaticissima commessa – presumo che abbia uno spiccato animo punk – che mi indirizza verso un prodotto originario proprio di Trujillo. E siamo apposto. Mi sono lasciato proprio delle riserve aurifere per fare gli ultimi acquisti mangerecci. Ai sapori spagnoli proprio non so rinunciare. Ed ecco che siamo già a fare la valigia, a farla per bene, a separare le cose sporche da quelle pulite, giocando a tetris perchè tutto trovi la sua collocazione.

In valigia non ci metto lei. La lascio andare, ho deciso così. Di fatti, per la prima volta, non le ho comprato nulla. A Barcellona, in primavera, quando avevo accompagnato i miei stupendi studenti della Vc in gita, avevo finito poi per comprarle una borsetta proprio carina, come regalo del suo compleanno appena trascorso. Quella borsetta ce l’ho ancora a casa, non gliel’ho data, è lì. E le fanno la punta amiche, colleghe, incluso mia madre. Però questa volta non ho voluto gratificare nulla. Di certo l’ho tenuta con me per tutti questi giorni, a lei ho dedicato un pensiero ogni volta che sperimentavo una cosa nuova, ogni volta che il caso, la fortuna, mi poneva di fronte a spettacoli ed esperienze troppo grandi per una persona sola. Però è ora di tornare a casa, nella mia casa e nella mia vita, lasciandomi alle spalle mesi di ostinato silenzio, di durezza immotivata. Catarsi del viaggiatore. De Gregori lo diceva, viaggiare significa partire e tornare. Se si parte soltanto è scappare. Come scappare è evitare i problemi e i confronti. Altro che coraggio.

Cosa mi lascia dentro questo viaggio? Ancora è presto, ci vuole tempo perchè la pellicola s’impressioni. Però un minimo di conti li posso fare. Ho imparato a stare bene da solo, perchè ho conosciuto tanta gente e non ho mai, nemmeno per un secondo, percepito la pesantezza della solitudine. Ho programmato e vissuto questo viaggio nei minimi dettagli, e non era facile: sette città, autobus da prendere, mal di gola e punture giganti d’insetti da sfiammare, variazioni di clima continue, tanto freddo e tanto caldo, gestire il tempo, mangiare bene, fare spesa, fare il bucato. Ho verificato poi che questo livello C2 di spagnolo non è poi così rubato, mi permetto un lampo di autostima. Ho scritto questo blog e ho scritto poesia. Però di Moravia nessuna pagina letta, troppe cose da fare e da vedere, e tanto sonno da recuperare.

Stanotte si parte, un ultimo, lungo viaggio in autobus mi condurrà da Merida a Madrid, dove prenderò l’aereo per Ancona. E domenica giochiamo la finale dell’Europeo contro la Spagna. I paradossi della vita. E pensare che un viaggio in Cantabria lo avevo organizzato due anni fa, allora si giocavano i Mondiali, avrei visto la finale vinta dalle Furie Rosse proprio a Santander. Ci si mise di mezzo un dente del giudizio maledetto ed un febbrone da cavallo in piena estate. Spagna e calcio. Due passioni indelebili.

Ringrazio tutti coloro che hanno letto questo mini racconto, seguendo passo passo il miei spostamenti e le mie esperienze. Ringrazio Raquel, Alejandro, Juan, Javier, Neri, i ragazzi de La Casa de la Tapa di Merida e quelli della Meson Cantabria di Santander, ringrazio il cameriere di Vinodiario, davvero un’ottima persona, ringrazio le donne dello Shangri-la di Merida per le chiacchierate e le stupende limonate naturali con la yerbabuena, ringrazio il mitico Steven e sua moglie per avermi accolto al loro tavolo, permettendomi così di vedere giocare l’Italia contro l’Inghilterra. Un abbraccio a tutti quelli che ora non ricordo e che si sono avvicinati a me senza paura dello straniero, nel nord sono un poco più chiusi che al sud, come è ovvio in quasi tutta l’Europa, ma non importa. Ognuno di loro ha lasciato una traccia.

Ci vediamo in Italia. Buon viaggio.

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