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L’anno scolastico 2012/13 sta volgendo ormai al termine. Per fortuna. E’ stato l’anno horribilis per il precariato della scuola pubblica, ed in particolar modo per tutti quei docenti con supplenze temporanee. Per tutti è stato l’anno del famigerato concorsone, ma ahimè c’è stato di più, molto di più.

Quanto seguirà è frutto di esperienze dirette ma al tempo stesso limitate al territorio in cui vivo e lavoro, se in altre regioni d’Italia le cose sono andate diversamente, me ne rallegro.

A settembre, pronti via, le convocazioni per l’assegnazione dei posti a tempo determinato raccontano di una scuola superiore massacrata, nella mia classe di concorso (l’area di insegnamento, per i profani), e cioè quella che prevede l’insegnamento del latino e delle materie letterarie al liceo, sono pochissimi i posti disponibili, molto meno rispetto all’anno scolastico precedente. Così ci ritroviamo in tanti a mani vuote, molti con alle spalle già un decennio di lavoro diretto in classe. Ma la cosa peggiore, preludio ad un anno di sofferenze, è il palese ritardo con cui vengono aggiornate le graduatorie per le cosiddette supplenze brevi. Che sempre per i profani, non sono soltanto robbetta da due-tre giorni: da qualche anno a questa parte, nel calderone delle supplenze brevi, quelle conferite direttamente dai singoli istituti e non dall’Ufficio Scolastico Provinciale, sono rientrate maternità, congedi per malattie e/o ricoveri ospedalieri, tutte situazioni che offrono la possibilità di lunghe supplenze; e poi gli spezzoni, quelli che permettono l’ingresso nell’organico di un istituto e conferiscono al docente la precedenza rispetto ad eventuali nuovi spezzoni e/o necessità di copertura di cattedre temporaneamente vacanti. Un cavallo di Troia, insomma.

Non aggiornare quelle graduatorie ha significato ancora più precariato, ancora più incertezza, ha comportato che colleghi con famiglia e figli a carico lavorassero due o tre settimane e poi nulla, in attesa del famigerato “avente diritto”, che spesso e volentieri avrebbe coinciso con loro stessi, a graduatorie aggiornate. Ha comportato che docenti con punteggio altissimo in graduatoria iniziassero il loro lavoro a fine ottobre o novembre. Come il sottoscritto.

Ma l’attenzione di tutti, sindacati compresi, era rivolta all’ennesimo distrattore fornito dal Ministero: il concorsone. Lascio stare i giudizi sull’iniziativa ministeriale, in molti hanno scritto a proposito che sarebbe inutile lanciarsi in invettive postume.

Eppure un dato va sottolineato: girando per strada, al supermercato del paese o al bar, chiunque mi chiedeva dove insegnassi quest’anno o se avessi una supplenza, la convinzione popolare era che il concorsone avrebbe sistemato tutti e avrebbe risolto la situazione. Questa era la percezione collettiva, e nessuno, ripeto, neanche i  sindacati, hanno fatto in modo di smontare questo teorema dalle basi incorrette.

Nel frattempo, e cioè dalla fine del mese di novembre, si è fatta strada la voce di un rinnovamento dei sistemi di pagamento dei precari della scuola pubblica, un ritorno alle origini, quando era la ragioneria di Stato ad occuparsi anche dei supplenti, ma ora con un aggiornamento delle tecniche di ricezione delle informazioni sui singoli supplenti da parte delle scuole e nuovi modi di calcolo degli stipendi. Un prodigio dell’informatica, insomma.

Questo per far sì che i singoli Istituti venissero sollevati dalla rogna di dover sempre star a chiedere – a volte, ad elemosinare – soldi allo Stato per pagare i suoi supplenti, una vergogna che era finita, oltre che presso gli studi legali dei vari sindacati, anche sui giornali, stimolo questo molto più efficace delle denunce e delle ingiunzioni di pagamento.

Nasce così il Noipa, il nuovo che avanza, il sistema che permette addirittura di retribuire i supplenti nella stessa data dei docenti di ruolo, o, nel caso delle supplenze brevi, poco più in là. Ma proprio poco.

Ed invece arriva il buio. Ritardi cronici, confusioni, latenze imbarazzanti persino per i tempi in cui le scuole s’attaccavano al telefono implorando emolumenti. Mesi e mesi senza stipendio, tre, quattro in alcuni casi: a marzo si prende dicembre, a maggio ancora nulla insomma. Una vergogna, passata in sordina, taciuta, l’omertà. In questi mesi ho cambiato due scuole, ho incontrato altri precari come me, ci siamo confrontati, abbiamo messo insieme le nostre storie.

Tutti siamo stati concordi nel sentirci emarginati persino dalle nostre realtà sindacali,  che nel frattempo erano impegnate in battaglie totalmente differenti e, sempre a nostro avviso, su questioni molto più light.

Per mesi mi sono rivolto al sindacato cui sono iscritto da anni e con il quale ho avuto sempre un ottimo rapporto. Nonostante il mio sostegno ho ricevuto risposte vaghe, un senso di impotenza immotivato, la sensazione che certe problematiche non potessero – o non dovessero – godere di molta attenzione.

Di fronte alla richiesta del perché il Ministero ritardasse cronicamente i pagamenti ci siamo sentiti rispondere che il sistema non funzionava e che c’erano dei problemi nel programma di gestione. Il sistema non funziona dai tempi di Roma Antica, che si sappia. Non è una risposta plausibile ed accettabile.

Quel fare spallucce da parte di una realtà sindacale di fronte ad un trattamento da parte dello Stato a dir poco vergognoso, significa arrendersi a che i docenti precari – la stragrande maggioranza nelle scuole superiori – si rassegnino a vivere ancora con i propri genitori o a fare affidamento su di loro per alimentare – nel vero senso del termine – la propria famiglia. Significa gettare la spugna o far finta che non ci sia rimedio ad una situazione emergenziale che di emergenza non ha nulla: se c’è un black out, se si bloccano i computer di un ufficio, se l’automobile non parte, siamo in grado di prestare il cosiddetto pronto intervento.

Viviamo in un epoca altamente informatizzata e non è accettabile, in nessuna forma, che il medesimo bug, il medesimo intoppo, si protragga per tutto l’intero anno scolastico. Si deve, senza mezzi termini, sollevare la questione e trovare una strada tecnica per la risoluzione. E a poco valgono le note inviate al Ministero – note che a noi precari piacerebbe leggere per verificare – perché non è con una reprimenda che si aggiustano le cose. E la riprova sta nel fatto che ancora oggi, 23 di maggio, quando secondo il portale della Pubblica Amministrazione, dovrebbe andare in pagamento il mese in questione, ancora oggi dello stipendio di aprile non c’è traccia.

Il diritto alla giusta retribuzione è un diritto costituzionale. Far passare in secondo piano la violazione di tale diritto con le più superficiali delle giustificazioni – “Tanto arriveranno” oppure “Eh, ma che ci vuoi fare, bisogna portare pazienza” o ancora “Non abbiamo interlocutori al Ministero” – significa non prendersi cura dei lavoratori in quanto tali, oltre che dei propri iscritti.

Vuol dire, in definitiva, accettare che un concorso per quattro posti in croce oppure la questione delle ferie non godute che non saranno retribuite a fine anno, trovino maggior consenso e maggior impegno, dell’idea di una vita vissuta a singhiozzo.

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