Cari amici, vi propongo la lettura della nota di Luca Ariano, che ringrazio di cuore per l’attenzione e la competenza

Francesco Accattoli, Lunga un anno, con una nota di Tommaso di Dio, Illustrazioni di Linda Carrara, Ascoli Piceno, Sigismundus, 2013.

Dopo la convincente prova de La neve nel bicchiere, Francesco Accattoli pubblica Lunga un anno. Molto precisa la nota introduttiva di Tommaso Di Dio, libro impreziosito dalle illustrazioni di Linda Carrara. Conoscevamo Accattoli come poeta “civile”, qui invece ci regala in diciannove poesie un canzoniere d’amore, ovvero, della fine di un amore. Come sottolinea Di Dio Lunga un anno è “un libro preciso, compatto; […]”. In questa plaquette il poeta marchigiano attraversa una sorta di romanzo di formazione in versi che descrive un percorso di vita. La prima poesia si apre con la neve (ricorre in tutta la raccolta, ma anche nella poesia di Accattoli, come citato in precedenza): “Da queste altissime finestre si vede il bianco, / la coltra sopra quella linea retta / che in precedenza era traiettoria.” La neve purifica, attutisce i sentimenti, diviene spunto di riflessione, di ripensamento per il poeta. Il viaggio di Accattoli non si ferma però alla mera riflessione interiore, l’autore, come gli è consono, osserva la realtà che lo circonda, che pare disfarsi come il suo amore: “Finiscono le paludi dove entra la civiltà, / le persone perbene e le macchinette / dei bimbi sul lungomare a mezzogiorno. […]” Metafora della fine di un amore, potrebbe essere il tracollo di una generazione, di una stagione? Così ci appare in Nessuna nuova: “Così pure cadiamo lenti / lentamente come morti ammazzati, / facendo cose quotidiane, / io cucinando paste buone, tu cerchi un diversivo / per lo sporco più ostinato. […]” Accattoli ci regala alcune poesie in dialetto (il dialetto di Osimo Stazione) dove il linguaggio si fa duro, arcigno. Non è una lingua forzata, un puro virtuosismo (come troppo spesso accade a giovani poeti dialettali), ma la lingua del cuore: “[…] un po’ rosa e un po’ cilesti, de noialtri / bitorzoli ciaccati a trentanni, / quadrucci ‘nt’ brodo sciapo pe’ i dolori / d’esse grani. […] (un po’ rosa e un po’ celesti, di noi / torsoli schiacciati a trentanni, / quadrucci in un brodo insipido per i dolori / d’essere grandi.” Anche questa poesia potrebbe essere manifesto di una generazione, fallimento di un amore verso il proprio Paese? Solo leggendo tra le righe del poeta davvero possiamo andare oltre il mero verso o la singola poesia. Il verso libero, narrativo, a tratti pavesiano, pasoliniano, è degno della nostra migliore tradizione, dove si mescolano termini aulici (prece) a termini colloquiali (farabutto) sapientemente mischiati. Il percorso, il viaggio di formazione, termina con la poesia che dà il titolo alla plaquette che chiude idealmente un cerchio aperto con la neve e finito con la luce, il sole, forse simbolo di una nuova rinascita: “[…] Passa il sole / in un angolo morto dello sguardo, […]”. Lunga un anno è sicuramente uno dei canzonieri più struggenti pubblicati negli ultimi anni, dove, poesia d’amore è sicuramente un’etichetta che sta stretta a questa plaquette.

Luca Ariano

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